Ana Kapor-House

NON LUOGHI

A volte, infatti, occorre che il tempo con il suo trascorrere di gente e con le migliaia di passi che fa stratificare, generi l’identità di un luogo, e che sia anche il contesto ad appropriarsi di uno spazio, che può – a buon diritto – anche essere semplicemente luogo di passaggio, e rispondere alle esigenze di tutti coloro che desiderano usarlo (nel modo più funzionale possibile) per un determinato scopo: spostarsi, partire, fare acquisti.

Alla luce degli spunti citati, si può dire che questi non luoghi, pur non essendo storicizzati come, ad esempio, una piazza di una città, costituiscono sovente per vari motivi dei punti di incontro della collettività che esercita la sua quotidiana, necessaria mobilità, e pertanto, lentamente, si vanno riempiendo di alcuni di quei contenuti che prima erano prerogativa di altri spazi.

Senza alcun dubbio occorre riporre una sempre maggiore attenzione nel progettare queste strutture e le altre definite non luoghi, considerandole sempre più non come semplici strutture di transito, ma come spazi dove contemplare anche una relazionalità, fatta di incontri se vogliamo fugaci, ma dove pur sempre si svolge una parte della vita della collettività contemporanea.

Marc Augè, in

Non luoghi: introduzione ad una antropologia

della surmodernità