Carlo Atzori

OMBRA DI DONNA

Quello che tu hai piantato

nel mio midollo, io lo traduco

in un linguaggio che ancora

non ho dominato: la cadenza

di un grido che raggiunge

la profondità, il tuono

di un treno sotterraneo,

navate di una chiesa priva di altare,

divinità che mormora nel bacino. Tu:

rosa da una conchiglia

come una scultura fragile da una fornace

di un soffiatore di vetro. Mi hai insegnato

lo spasimo e l’umiltà

prima del vangelo di un profeta

interrogativo. E la libertà

che salta attraverso i prati

di un paradiso assopito.

Non posso raggiungerti senza di te.

Posso sentire il crepitìo delle castagne

sulle terrazze del mio villaggio.

L’asfalto si sta raffreddando.

Non mi interessa. Preferirei piuttosto

tremare di piacere, come una casa

al limitare del suo restauro,

quando tu canti una nuova melodia.

Nell’ora più buia del giorno mi indichi

l’alfabeto del vento e il fato

e i semi. Leggo le macchie

nella cantina della storia.

So che la mia casa sarà qui, dove

tu delimiti il giardino selvaggio.

Ales Debeljak