Non ha allenatore

né ruolo

la figlia dell’arbitro.

E’ attacco e difesa

e a volte sta in porta.

Ieri era in porta,

l’ho saputo per caso,

ha incassato il rigore

aspettando tra i pali.

Era assente, dicevano,

non guardava la palla,

non s’è mossa neppure,

neanche il minimo cenno.

Davanti a una scuola,

è lì che l’ho udito,

tra i ragazzi che indugiano

prima di entrare

con addosso l’età

di chi ancora non sa

che aspettare un tiro tra i pali

a volte mette paura.

Tante attese in panchina,

qualche autogol.

Due o tre cambi di gioco,

sempre un palo di troppo.

Una barriera impietosa

che arriva sempre a stoppare.

Giochi troppo in difesa,

t’avevano detto,

oggi giurano d’averti vista

partire da li.

Partire dalla difesa…

attesa, inattesa.

Superare il centrocampo…

col tuo stampo, in un lampo.

Scartare gli avversari…

reali, immaginari.

Fermarti a guardare…

Tirare…

Segnare!

E’ in un bar che l’ho udito,

in un bar della piazza,

dove s’attardano gli uomini

prima di tornare, alla sera,

da una donna che non amano

e che finge d’amarli.

Non è la figlia dell’arbitro,

ho detto loro ridendo,

voi non lo sapete

ma lei non gioca così.

E’ un tiro a cucchiaio

quello con cui vi sorprenderà,

perfetto e imprendibile,

lento e centrale.

E tu come lo sai?

Mi hanno chiesto stizziti.

Me lo ha detto all’orecchio

ridendo di voi.

Ti ho pensata e ho sorriso,

eri dietro di me.

Mi aprivi l’ombrello,

eri bella,

era bello.