LA MIA BORSA DI VERNICE NERA

Ho riempito la mia borsa di vernice nera di sherry, formaggio fresco (per la torta di albicocche della nonna), timo, basilico, foglie di alloro (per gli stufati esotici di Wendy – di cui un facsimile bolle in pentola proprio adesso), wafer dorati (che modo elegante di chiamare i cracker Ritz), mele e pere verdi.

Cominciavo a chiedermi se non stavo diventando troppo felicemente, pesantemente pratica: invece di studiare Locke, per esempio, o di scrivere, mi metto a fare una torta di mele, o mi studio Il piacere della cucina, leggendomelo come se fosse un romanzo eccezionale.

Cavolo, mi sono detta. Troverai rifugio nella vita domestica e soffocherai cadendo a testa in giù nella terrina con l’impasto dei biscotti.

E in questo stesso momento apro il diario benedetto di Virginia Woolf, comprato sabato sera con Ted insieme a una quantità di suoi romanzi.

Lei supera la depressione per un no di “Harper’s” (nientemeno! – proprio non riesco a credere che anche i grandi siano stati rifiutati) tirando a lucido la cucina.

E prepara merluzzo e salsicce. Dio la benedica. Sento che in qualche modo la mia vita è legata a lei.

Me ne sono innamorata leggendo La signora Dalloway per Mr. Crockett e ancora sento la voce di Elisabeth Drew che mi faceva correre un brivido lungo la schiena leggendo Gita al faro.

Ed era proprio il suo suicidio che mi pareva di emulare, nella nera estate del 1953.

Solo che non sarei mai riuscita ad affogare.

Immagino che sarò sempre molto vulnerabile, lievemente paranoica. Ma sono anche maledettamente robusta e resistente. E felice come una pasqua.

Solo che devo scrivere.

Questa settimana mi sento male perché ultimamente non ho scritto niente. Il romanzo era un’idea talmente bella che sono andata nel panico.

Ma; so, sento di avere vissuto tantissimo.

Sylvia Plath