Yad vaShem (Un luogo un nome)

Le stelle sorgono dal buio

dalla notte percorsa a tentoni,

smarrito il senso del cammino,

smarrito il senso.

Mi chiedo cosa rende

un uomo disumano

ed un bambino un nome,

esile fumo del ricordo

che non consola, braci morenti

inutili a scaldare.

Le mani sono la mia guida,

sollevo gli occhi, ma non trovo cielo,

solo le luci, nate da sorrisi

strappati al loro tempo,

ai nomi, aglianni, dolente salmodia.

Tornare fuori è resurrezione,

godere finalmente dell’azzurro

vasto, e l’aria punge come quella stele

gridata al cielo, perché non dimentichi.

Che serve ricordare

se le parole, aratro della terra,

si fanno spade nelle mani?

Che serve ancora ricordare

le decimazioni d’un veleno,

se striscia tra pianure e monti

un’odiosa serpe di cemento

che avvolge nelle spire

religioni popoli e dialetti

e strangola il libero ed il vero?

Vale, se dal sorriso nascono le stelle

e il passo lascia l’orma sulla pietra.