Pierus Maskar


COREOGRAFIA

Infine

non ho vissuto nulla.

Non so cosa sia la guerra

e ho come prigione il corpo

e l’anima come campo di battaglia.

Mi dibatto tra il dubbio

di meditare o fluire;

questo è situarsi nel palco degli spettatori

o stare

in ogni intimo istante del miracolo.

Vivo di piccoli pezzi,

ma aspiro alla totalità,

come dire a Mozart e alla poesia che mi redima

e mi riveli gli spazi assoluti

e il nulla.

Percepisco di me

i luoghi più segreti:

la colpa,

una terza coscienza delle cose,

la dualità del pensiero,

la piccola ira

per ciò che è già accaduto.

Ma ho vissuto poco. Trent’anni.

Due amori di pelle

e una voglia di abbandonare

questa attesa che mi segnala la vita.

Anelo l’anarchia,

il più tenero disordine dell’amore,

la cabala,

gli orologi di sabbia e una casa semplice.

Voglio avere un destino tracciato in anticipo,

incontrarmi con Dio

e gli abissi

e non avere coscienza della fiamma.

Essere la fiamma stessa e l’avventura.

Ma giungo da solitudini ultime,

da conversazioni che mai si conclusero,

da specchi che mi guardarono dall’infanzia fino ad ora,

da armadi di mogano abbandonati che furono

di zie o di nonne remotissime.

Quanto poco ho vissuto.

Non conosco la guerra e nemmeno la pace.

Mi duole l’orfanità,

lo sradicamento,

il sentirmi straniera in qualsiasi luogo,

il non appartenere a una famiglia o a una patria.

Non posso narrare una battaglia;

né parlare della fame e della peste,

né scrivere le canzoni di qualche soldato ferito,

né parlare di donna violata,

né dire com’è un cimitero dopo una pioviggine.

Ma anelo a dire in poesia

che la vita mi commuove,

che respiro meglio quando mi dono,

che necessito amare nel modo più semplice e primitivo.

Che mi piace la pace e la difendo

e la guerra quando è giusta,

e il sapore dei mandarini quando giunge l’estate,

che mi piace essere una e radicarmi nel cosmo,

e sentire che la mia vita palpita al tempo stesso della vita,

benché non abbia vissuto,

benché la mia fame sia di infinito,

benché non sappia esprimere

che per qualche precisa ragione sono qui,

sul punto di scadere,

sul punto di morire,

di vivere.

Mia Gallegos