Vanya Buchel

LA SABBIA E L’ANGELO

I.

Non occorrevano i templi in rovina sul limitare di deserti,

con le colonne mozze e le gradinate che in nessun luogo conducono;

né i relitti insabbiati, le ossa biancheggianti lungo il mare;

e nemmeno la violenza del fuoco contro i nostri campi e le case.

Bastava che l’ombra sorgesse all’angolo più quieto della stanza

o vegliasse dietro la nostra porta socchiusa.

La fine pioggia ai vetri, un pezzo di latta che gemesse nel vento:

noi sapevamo già di appartenere alla morte.

II.

Se vuoi lasciare la tua impronta, o uomo, scalfisci piuttosto la sabbia,

perché la più alta torre diverrà sabbia alla fine.

Scrivi il tuo nome sul lido deserto, e prega il mare che presto

lo copra di lamento:

perché tu stesso sei sabbia, sei la morte che dopo te rimane.

III.

Ogni volta che dicemmo addio,

ogni volta che verso la fanciullezza ci volgemmo,

alle nostre spalle caduta

(tremando l’anima al suo lungo lamento);

ogni volta che dall’amato ci staccammo nel freddo

chiarore dell’alba;

ogni volta che vedemmo sui morti occhi l’enigma richiudersi;

o anche quando semplicemente ascoltavamo il vento

nelle strade deserte;

e guardavamo l’autunno trascorrere sulla collina,

stava l’Angelo al nostro fianco e ci consumava.

IV.

Ora il nostro amore si spanderà nella vigna e nel grano,

il nostro veleno nei cactus e negli spini crudeli.

Si curveranno i vivi alle sorgenti, diranno:

“Chi spinse verso di noi l’acqua da occulte vene del mondo?”

E molto prima che il freddo li colga e la notte sul loro cuore s’adagi,

anche in un meriggio d’api e di succhi ardenti,

conosceranno l’angoscia, perché potenti noi siamo e vicini,

e non vi è fuga dal cerchio in cui già li stringiamo

con ogni stelo da noi sorto e ogni frutto

che colmo e grave alla nostra terra si inchina.

V.

Furono ultime a staccarsi le voci. Non le voci tremende

della guerra e degli uragani,

e nemmeno voci umane ed amate,

ma mormorii d’erbe e d’acque, risa di vento e frusciare

di fronde tra cui scoiattoli invisibili giocavano,

ronzio felice di insetti attraverso molte estati,

fino a quell’insetto che più insistente ronzava

nella stanza dove noi non volevamo morire.

E tutto si confuse in una nota, in un fermo

e sommesso tumulto, come quello del sangue

quando era vivo il nostro sangue. Ma sapevamo ormai

che a tutto ciò era impossibile rispondere.

E quando l’Angelo ci chiese : “Volete ancora ricordare?”

Noi stessi l’implorammo : “Lascia che venga il silenzio!”


VI.

Non il ramo spezzato, non l’erba scomposta lungo il sentiero

ci dicevano il suo passaggio, ma il tocco di solitudine

che ogni cosa in sé custodiva e a noi rendeva, liberando,

dopo il messaggio consueto, l’altra, l’ignota parola.

Come trasalivamo ascoltandola, come s’orientava sicuro

il nostro cuore sull’invisibile traccia!

Così noi sempre ti seguimmo; Dominatore e Amato,

né ci sorprende la bianca luce in cui, svelato al nostro fianco, cammini.

(Ora che l’ombra carnale è tramontata sul meridiano della morte).

Perché, da lungo tempo, te solo conoscevamo; a te solo

obbedivamo, tua destinata preda,

trascinando sulle vie della terra la tua celeste catena straniera.

Margherita Guidacci