Monique Leone

MEMORIA E FLUSSO DI COSCIENZA

Si può dire che la memoria ripesca gli avvenimenti passati e li reintegra, muovendo dal presente, che – in continua metamorfosi – si ricostruisce dal confronto con il passato: “il tempo che passa getta in ogni momento un reagente”, scrive Zeno alla fine del Preambolo della Coscienza in Svevo. Joyce e Virginia Woolf, come Svevo, percepiscono la realtà in correlazione con la coscienza individuale. Essi descrivono il flusso di pensieri, impressioni ed impulsi che si trovano nella mente umana, indipendentemente dalla volontà dei personaggi. Questo processo mentale è chiamato “stream of consciousness”, ovvero “flusso di coscienza”; l’espressione venne utilizzata per la prima volta dal filosofo americano William James nei suoi Principi di Psicologia (1890).

Dal punto di vista letterario, il “monologo interiore” è l’espressione verbale del “flusso di coscienza”: l’autore, mediante questa tecnica, “registra” il flusso di pensieri del suo personaggio senza l’interferenza tradizionale del narratore, vale a dire senza l’uso formale del discorso, creando una commistione fra passato, presente e futuro, senza rispettare l’ordine cronologico.

L’uso del monologo interiore da un lato permette al lettore di avere un’introspezione nella mente del personaggio – evidenziando i suoi lati razionali ed irrazionali – e dall’altro libera il romanzo dalla presenza del narratore, talvolta opprimente. Come gli altri surrealisti, anche Salvador Dalì, qualche anno più tardi, cercò di far parlare l’io sepolto e represso, portando alla luce il flusso della coscienza nascosta e dando voce all’inconscio. Il flusso del tempo può essere colto infatti anche ne “La persistenza della memoria”.

Su uno dei tanti paesaggi di Port Lligat – caratterizzato dagli scogli aguzzi della Costa Brava sullo sfondo e da un ulivo secco e malinconico in primo piano – Dalí immaginò tre orologi come oggetti inattesi, sottratti alla realtà quotidiana. Questi orologi vengono deformati dallo sguardo delirante di un sogno, creato dall’inconscio dell’artista e suggerito dalla presenza di un occhio dalle lunghe ciglia, che giace addormentato. Sono raffigurati in un contesto quanto mai estraneo ed insolito ad essi, secondo una teoria che va sotto il nome di “dèpaysage”, caratterizzata dall’assurdo accostamento di oggetti assai diversi tra loro per tipologia e per temi: un orologio è sospeso ad un albero, un altro è adagiato su un parallelepipedo, il terzo è avvolto a spirale intorno ad una strana forma ed il quarto, l’unico non alterato, è ricoperto di formiche. Dalì associa e deforma liberamente gli orologi: i due dilatati ricordano che la durata di un evento può essere dilatata nella memoria, il terzo orologio deformato è il simbolo del modo in cui la vita distorce la forma geometrica e l’esattezza matematica del tempo meccanico. Questi tre orologi deformati sul punto di sciogliersi al sole rappresentano, perciò, l’aspetto psicologico del tempo, il cui trascorrere, nella soggettiva percezione umana, assume una velocità e una connotazione diversa, interna, che segue solo la logica dello stato d’animo e del ricordo.

Eros Tarditi