Kiyo Murakami

TOMMASO L’IMPOSTORE

Egli aspettava invano. Ogni settimana. Ogni settimana gli passava addosso. Il suo solo piacere erano le lettere e i regali che gli mandavano Henriette e sua madre. Le sue giornate mediocri lo spingevano al ricordo delle due donne. Poco per volta, come i presbiti che leggono solo a distanza, Guglielmo lesse i suoi sentimenti per Henriette. Lei era lontana, irreale, innaturale. Poteva dunque entrare nella sua finzione. Recitò quell’atto a meraviglia. Sospirava, s’arrovellava, non mangiava più, incideva cuori dentro anelli d’alluminio, scriveva lettere che poi stracciava: perché, come i gatti che giocano insieme e sentono esattamente dove si ferma l’artiglio della zampa, Guglielmo, torturato d’amore, non faceva nulla per avvertire Henriette, per dare la più piccola radice al suo sogno. Non cercava affatto di sapere se quell’amore era reciproco. Poteva dire, con Goethe: “Io t’amo, ciò ti riguarda?”.

Jean Cocteau