Oggi il poeta, colui che ha posto la poesia al centro del suo essere, procede nella generale confusione e nell’imperversante rumore. E’ certo un bene che non sussistano famiglie e gruppi letterari dominanti, che coesistano versi sciolti e metri esatti, accordi tonali e atonalità insistite, patetico e crudezza, prosaico di sostanza e sublime contenuto. E’ certo un male: che siano promosse a poesia prosucce di diario, confidenze rimaste tali per pochezza del dire e del comunicare; che proliferino metafore sconclusionate, surrealismi d’accatto, e sia spacciato per strabiliante novità quel che nel primo Novecento, limitandoci al secolo scorso, ebbe i suoi vigori e già i suoi sfiacchimenti. Scomparsa la figura del lettore autorevole, tale in quanto provvisto di studi ponderosi e di vasto riconosciuto prestigio, dissolta la società letteraria come comunione d’intenti e salvaguardia dei valori della letteratura, venuta meno l’ auctoritas, (ché i pronunciamenti autorevoli hanno spesso valenza più d’esteriorità che di vero credito..) il poeta vaga in solitudine.

Si è poco propensi a riconoscere maestri e modelli. Lo provano questionari e inchieste , per quel che valgono, fra gli autori più giovani. Ma chi cerca di cancellare il passato non s’avvede di negarsi radici e provenienze, e dunque di impoverirsi considerevolmente. Se il presente non esiste senza il futuro, che di continuo nel presente va “ presentandosi”, è sul passato che di attimo in attimo va accasandosi il presente.

Non mancano i poeti degni, quelli alla cui opera dare attenzione, nei quali riconoscersi. Ma vanno cercati, superando le barriere del silenzio e della chiacchiera. Vanno letti e ascoltati anche e soprattutto in disparte, fuori delle consacrazioni e dei plausi. Sono numerose le riviste che accolgono, componimenti notevoli per qualità espressiva e ampiezza di visione. Sono in numero crescente i giovani, fra i venti e i trent’anni che arrivano ad esprimersi in poesia con vigore e rigore. E , innamorati e inorriditi del mondo, ne rivelano le sostanze e il mistero, la grazia e la fatica.

Infine posso dire quel che riguarda le mie giornate: che traverso attento e svagato al tempo stesso. Con la compagnia dei vivi che premono e chiamano e insieme di chi ha ceduto alla morte, ma continua a parlarmi dentro e a ripresentarsi nella somiglianza di un gesto, nella risonanza di una voce. Aspettando un autobus, percorrendo una piazza, muovendomi nella casa silenziosa mi dico, non chiamati, versi di poeti amati che ancora mi si rivelano. E bisogno di molti nutrimenti: altri libri da leggere e da rileggere, i discorsi degli amici, i mutamenti inarrestabili di quel che ci contiene e ci spinge, i soprassalti della memoria, l’ansia che si riaffaccia, il dolore che allenta i passi e sveglia a metà della notte, le candele accese nelle chiese come un saluto ai mai perduti, le folle della metropolitana ciascuno in una sua storia, verso un suo ritorno, spersi nel labirinto cittadino. E la dolcezza di un frutto, la malinconia che non cede anche dentro l’allegrezza, la dolcezza di un frutto nel chiuso dello strazio, la precarietà nel durare, il dono nella mancanza.