fire dance di leonid afremov

Fire dance, Leonid Afremov

La poesia è un atto di resistenza contro l’opacità e l’inerzia del dato, del circostante. Separa il mondo dai suoi contrassegni illusori, per riscriverlo in caratteri d’aria e di fuoco. Le sue parole, imprevedibili e arrischiate, interrompono il flusso della comunicazione ordinaria, dei significati correnti. La poesia pensa l’impensato e porta alla luce, di ogni cosa, un occulto tesoretto di senso. Agisce nelle faglie, nelle zone liminari degli enti, apre un varco alla bellezza che vi è reclusa.

Dice bene Edward W.Said: “È il fattore estetico a opporre resistenza ai miei personali sforzi di comprensione, e a sfuggire alla pressione livellante dell’esperienza quotidiana”. L’edificio della poesia – dove cose ed esperienze in tutta libertà si accasano e si trasfigurano – ha le parvenze di un luogo utopico sottratto alla furia del causalismo, dell’utilitarismo, della ragione positiva fuorviante. Un luogo abitato dal non-sapere, come suggeriva Georges Bataille e in seguito confermerà, tra gli altri, Ghiannis Ritsos: “Ci sono versi – a volte intere poesie-/ che neanch’io so cosa voglion dire”. E tuttavia questo non-sapere è solo l’annuncio di un senso a venire, insospettato. Ecco perché la poesia, secondo Rimbaud, è sempre “in avanti”, e dunque profezia. Un andare avanti che è anche ritornare là dove siamo sempre stati, là dove il principio di non contraddizione (e dell’irreversibilità del tempo) s’interrompe. Come afferma Ossip Mandel’ŝtam: “La poesia è un vomere che ara e rivolge il tempo portando alla superficie i suoi strati profondi più fertili, la sua terra nera torna alla luce”.

Come vivono, poeticamente, le cose? La foglia è lì – neutra, sospesa nello spazio, pura possibilità – ma se la nomino comincia a vibrare sull’arco invisibile, l’arco del senso, che allora si forma tra natura e parola o, su un altro piano, tra assenza e presenza. E così incontra la sua casa nel mondo, e vi dimora, portandovi però anche una nervatura segreta, una stimmata, il proprio oscuro altrove. Il frutto è lì – col suo peso virtuale, col suo fantasmatico profilo – ma se lo nomino è la creatura che si emancipa dalla propria ‘cosità’ informe, il miracolo dell’esistente che si fa luce e valore per l’uomo.

Foglia e frutto còlti nella loro pura volontà di essere. Proiettati in un ordine vitale del tutto inedito, ma anche riconosciuti come essenze deperibili, uscite dal nulla e che nel nulla devono rientrare. Entità esposte dunque sopra allegorie di Morte, in attesa che Orfeo le conduca per un brevissimo istante alla luce. “La terza e più insigne poesia/ venne al mondo come mondo, dall’indicibile,/ sorgente invisibile di ogni anelito d’essere; venne/ come vennero le cose periture, per essere viste o udite per un poco” scrive il poeta Mark Strand.

Per approssimazione, per asintoto, eccola. Nessuna definizione riuscirà a catturare questa parola liquida e non ripetibile, mai uguale a se stessa, stregata dal suo orizzonte in perpetua fuga, affascinata dal suono che da lei stessa promana e si fa senso, interlocuzione, dialogo tra un soggetto frantumato e l’Altro, l’incontornabile attore. Non c’è definizione per la poesia, mentre continua a stupirci (e confortarci, alla maniera di un mito) l’evidenza, o forse la straniata iridescenza del suo oggetto, quel qualcosa che temevamo di aver smarrito per sempre, e che ora ci viene restituito: medesimo e altro. Quel mondo di cui la poesia si prende cura, con la sua tragica carezza, con la sua voce arcana e, proprio per questo, familiare.


Poeta e saggista, Gilberto Isella è nato a Lugano il 25 giugno 1943 e ha compiuto gli studi in letteratura italiana e filosofia all’Università di Ginevra. Vice-presidente del Centro Pen della Svizzera Italiana, è membro di redazione della rivista Bloc notes, di cui è stato uno dei promotori nel 1979, collabora a diversi giornali e riviste con articoli di critica letteraria. Numerosi i suoi studi sugli autori del passato (Dante, Boccaccio, Ariosto) e contemporanei (Piero Bigongiari, Guido Ceronetti, Jacques Dupin). Ha curato un’antologia di scritti dell’artista Mario Marioni, Fogli vagabondi (Casagrande, 1994), e, in collaborazione con Tiziano Salari, la silloge poetica Armageddon e dintorni di Giovanni Ramella Bagneri (Insula, 2011). Si è interessato anche di cinema, scrivendo sceneggiature per fiction e documentari di Adriano Kestenholz. Per il teatro ha scritto Messer Bianco vuole partire, realizzato allo Studio Teatro Foce di Lugano nel 2009. Ha tradotto dal francese una silloge poetica di Charles Racine (Stupore celeste, Casagrande, 2001) e la raccolta Scarto di Jacques Dupin (Opera Nuova, 2011). Ha pubblicato diverse raccolte poetiche: Le vigilie incustodite, Casagrande, 1989; Discordo, Dadò, 1993; Apoteca, Ed. Angolo Manzoni, 1996; Krebs, Edizioni l’Ulivo, 2000; Nominare il caos, Dadò, 2001; In bocca al vento, LietoColle, 2005; Mappe in controluce, Book Editore, 2011; Variabili spessori, Alla chiara fonte Editore, 2011. Sta lavorando ai versi del poeta francese Bernard Vargaftig.