Solo noi italiani, come tutti sanno, usiamo un termine, per lo straordinario gioco dell’interpretazione, che è “recitazione”, termine non appropriato sicuramente per quello che riguarda il vero e proprio mestiere dell’attore. Molto più giusto “giocare”, ovvero, come dicono gli inglesi e i francesi “to play” e “jouer”, ma ancora meglio, forse, e più consono agli ultimi stilemi anglosassoni “interpretare”.

Perché, allora, da noi è invalsa e continua ad essere così di moda la “recitazione”? Molto dipende dal fatto che vi fu un tempo in cui invalse in Italia la straordinaria pratica del leggere pubblicamente la Poesia. Inutile ricordare che la Divina Commedia ebbe straordinari Lettori come Boccaccio e Petrarca e proprio in quel periodo, forse, nacque il termine “recitazione”, e proprio lì, forse, germogliò, almeno nel nostro Paese, la meravigliosa Arte del Recitar Poesia. Un intreccio indissolubile, straordinario nella sua fondamentale importanza e che resiste tuttora, nonostante il gusto ormai viziato dai mezzi tecnologici. Chi ha esperienza di performance recitativa di Poesia, sa come il riscontro nell’inconscio degli ascoltatori sia straordinariamente intenso, tanto da poter pensare che nulla potrà mai privare l’Uomo di questa pratica, come non lo si potrà mai privare della Musica e dell’Arte Figurativa.

Alla luce della mia esperienza di Attore, non posso che riscontrare sempre e comunque come la Parola detta rappresenti un vero e proprio anello di congiunzione tra l’inconscio dell’ascoltatore ed il verso del Poeta.

A questo punto, ecco che possono nascere i primi dubbi ed i primi sospetti. E’ giusto che sia il Poeta a recitare i suoi versi o, piuttosto, l’Attore o comunque un interprete esterno? E che libertà può esserci nell’interpretare lo spartito che fu scritto dal Poeta? L’Attore è forse come un direttore d’orchestra a cui è d’obbligo tradurre l’artista per renderlo a tutti comprensibile? Non c’è dubbio che non possa che essere così, ed è proprio da questo tradimento, compiuto ai danni del Poeta, che nasce quell’unicuum che può essere spezzato soltanto dal Poeta in vita che leggerà i suoi versi, ma poi non resterà che la parola scritta o quella detta.

Non credo che, in questo senso, si possa fare una classifica di merito, e lasciamo quindi al gusto dell’amante della Poesia, la scelta della fonte alla quale dissetarsi.

Che bello sarebbe ripercorrere i moduli espressivi che nei secoli sono stati adottati per esplicitare questo sommo tradimento e sarebbe bene, in questo senso, incuriosirsi e scoprire come, probabilmente, viaggino parallelamente anche, i canoni della pittura. I versi sbeffeggianti da Carmelo Bene avrebbero avuto possibilità di esistere senza Picasso o la musica dodecafonica? Un gioco d’intrecci che ha consentito all’Attore di diventare un po’ autore e all’autore perché no, di diventare anche un po’ Attore.

Il genio di Giuseppe Verdi va unito al genio di Arturo Toscanini. Forse l’Attore non può aspirare all’immortalità ma alla perfezione artigianale sì.

Non si può quindi non essere consapevoli della superiorità dell’atto poetico e della sua perfezione nella pagina scritta, ma, nella sua divulgazione, il ruolo degli interpreti va assecondato e sempre più, in un mondo in cui le arti si vanno mescolando, questo gioco andrebbe rivalutato e messo a disposizione di uomini e donne ormai troppo distratti.

Leggiamoli, allora, e al contempo recitiamoli, i versi del Poeta, e ascoltiamolo l’Attore, perché misteriosamente potrebbe rivelarci qualcosa che è rimasto nascosto fors’anche alla fantasia del Poeta.

In un mondo in cui le professioni dell’Attore e del Poeta sembrano ormai obsolete, è necessario invece riscoprirle per il bene comune, sociale, politico e addirittura economico. Il recupero dei valori ormai abbandonati, dell’interiorità e della ricerca della risoluzione dei dubbi della vita e della morte sono le priorità, invece, alle quali dobbiamo ricollegarci. Non può quindi che nascere qualcosa di nuovo da questo incontro che il Poeta non può e non deve rifiutare, assecondandone il gioco e la tecnica in una ricerca del bello, sempre più necessaria in un mondo un po’ triste e inaridito.