Una tensione edenica fortissima e con una impronta assolutamente personale si dichiara già dalle prime poesie di Azimuth, dove soprattutto in (9), nel verso “cerchiamo all’orizzonte/ nuova incerta frontiera/ o un salvacondotto per l’anima”, si dà liquidità all’enigma che pervade tutta l’opera di Maria Grazia Palazzo. E’ una silloge in cui una tessitura capillare di fili tesi con cartesiana geometria dà forma al tempo attraverso il mezzo poetico, ora strumento oggettivo di analisi della realtà. Tuttavia è una realtà non vista montalianamente come “rivo strozzato che gorgoglia”, ma come melos parnassiano, dove, come si legge soprattutto in (3), una natura trasfigurata in arte poetica diventa corifea di un dramma che disvela un finale sereno che trasferisce infine il male oscuro del vivere in una dimensione altamente sapienziale. In pratica la sofferenza è attesa di gioia ultima ed infinita nel divino. Ma più che una fede in Dio intesa come abbandono ad un assurdo credo tertullianeo, il poeta ricerca, come donna, quel dentro da portare fuori che le è ontologicamente proprio. Una concezione immacolata del divenire e quindi del conoscere, porta il divino stesso a disvelare l’enigma di cui ho parlato all’inizio. Sono naturalmente processi in progress che portano a formulare una progettualità escatologica nuova, senza la quale l’uomo può solo rimpiangere l’eden perduto condizionando la fede entro un credo superstizioso che non giunge ad una conoscenza compiuta, capace di trovare in sé stessa la manifesta dichiarazione di purezza.

Aky Vetere