“Uno dei meriti di questo libro è innanzitutto la concisione”. Così ha esordito il poeta Elio Pecora alla presentazione della prima opera di Antonella Palermo Le stesse parole, alla Casa delle Letterature, a Roma. Sottolineando come spesso ci sia nei libri di poesia un rapporto inversamente proporzionale tra i profluvi di parole e la mancanza di sensibilità e talento, Pecora ha citato “un grande fabbro della parola poetica del novecento, Ezra Pound, il quale definiva la poesia una parola distillata”, così come Saba (“la poesia è una parola onesta, cioè ricercata nel profondo”).

Da qui Pecora – richiamando l’esiguità delle produzioni di poeti come Montale e Penna – ribadisce che Le stesse parole è un libro interessante, anche perché è un libro smilzo. “In questo libro – spiega – c’è la vita quotidiana, anche quella sciatta. Ci sono tante piccole memorie del giornaliero, dell’ovvio. E c’è però continuamente l’allusione a qualcosa di più che fa della poesia, la poesia. Qui si evitano i luoghi comuni della cattiva poesia e non si gioca sul sentimentalismo. C’è qualcosa del sentire vero che è dolore, ma anche pacatezza in questo dolore, capacità di vigilarsi, di vedere quello che c’è intorno, di vedersi e dirselo”.

E’ stata citata la chiarezza di Cardarelli che pare essere richiamata da certi versi e da certe parole, ma si è precisato che i versi di Antonella Palermo sono anche un po’ mozzi, saltellanti per una sorta di spietatezza e crudezza di fondo. “Le immagini qui giocano in un modo impressionistico”, dice Pecora. “Non c’è un discorso filato, i versi sembrano costruiti ciascuno per conto proprio e poi vengono assommandosi per fare un tutt’uno e risultano giustapposti anche nella loro contraddittorietà, nella loro estrema lontananza. Verrebbe da pensare che l’autrice stia ricostruendo nel disordine della vita qualcosa che non vuol essere armonico, ma almeno una sorta di accettazione di quel che è, che ci pare slabbrato. Proprio questo interessa del libro”.

Da qui il rimando a quella necessità, talvolta inconsapevole in molti intellettuali, di tornare a costruire l’uomo, come compito fondamentale, se non ultimo, della cultura. E allora la caduta di molti aggettivi del passato, certe contrapposizioni che finiscono col diventare nemmeno più ossimori, ma convivenze di opposti. “In alcune di queste poesie (es. ‘Natale’, ‘Case’…) c’è questa sorta di impressionismo. L’allusione alla propria instabilità, labilità, scontentezza. Viste però non come una denuncia, non come lamento, ma come condizione di chi cerca in tutto questo un bisogno di chiara consapevolezza. E in questa vivere”.

Il tema della memoria è scandagliato da Pecora “come qualcosa in cui sedimentano nemmeno più ricordi, ma delle esperienze passate che si mostrano molto disordinatamente e che finiscono con l’assurgere a immagini molto più concrete, ferme, che in qualche modo spaesano, inquietano. Ecco, ciò che sento profondamente è l’inquietudine di molte di queste poesie e anche la coerenza di questo libro. Che appunto è onesto. Molti libri – precisa ancora Pecora – sono spinti dal fatto di non aver lavorato molto su se stessi, dall’insicurezza, dall’esibizione, dal non essersi procurati gli strumenti necessari. Una poesia invece dovrebbe commuoverci, cioè muoverci dentro.

Qui accade di essere mossi dentro da una inquietudine che non capiamo nemmeno bene fino in fondo, perché questi versi ti sbalestrano, ti portano uno da una parte, uno dall’altra. E poi però finiscono con il significare”. Torna ancora la vera necessità che spinge questo testo, che consente dunque di rileggere nei vari strati, per trovare una scrittura che lascia immagini anche molto insolite, “risolte perché vive. E questo deve fare – conclude Pecora – chi scrive versi e pretende che arrivino alla poesia. Un libro deve toccare a una prima lettura, e poi ne viene fuori l’interesse e la curiosità. Le stesse parole ha questo potere e mi pare un buon libro per iniziare”.

Elio Pecora