Oren Hayman

ERA QUELLO, ED ALTRO ANCORA

Era impossibile da immaginare, impossibile

da non immaginare; la sua azzurrezza,

l’ombra che lasciava,

che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,

il suo freddo che cadeva fuori da se stesso, fuori da qualsiasi idea di sé descrivesse nel cadere;

un qualcosa, una minuzia,

una macchia, un punto, un punto in un punto,

un abisso infinito di minuzia;

una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa

che affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione

di suono, ma meno di un suono; la sua fine, il suo vuoto,

il suo tenero, piccolo vuoto che colma la sua eco, e cade,

e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,

e sempre perché, e solo perché, essendo stato, era…

Era l’inizio di una sedia;

era il divano grigio; era i muri,

il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui

i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.

Era quello, ed era altro ancora; era il vento

che azzannava gli alberi; era la congerie

confusa di nubi, la bava

di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire

che se sapevi in che punto esatto del tempo si era,

non avresti mai più chiesto nulla. Era quello.

Senz’altro era quello.

Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno che quando se ne andò, come doveva,

nessun dolore riusciva

a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa

dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello

dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.

Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come

sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.

Mark Strand