A voler analizzare la poesia di Rondoni, ci si scontra con un gruppo di immagini che raramente restano mute. Si ha a che fare, cioè, con “rappresentazioni” che mettono in scena – che “indicano” – assurgendo al valore semantico di “segni”. Il lector o, per usare una metafora calzante, il viator è pertanto chiamato a espletare il suo ruolo: interpretare le scene, decodificarle, e tracciarne à rebours la più antica creazione. Scomposte le tessere, il mosaico può farsi più chiaro, più nitido, e il percorso nell’opera apparire incisivo.

È straordinaria la quantità di magma emozionale che si muove sulla pagina. In verticale, come impone la poesia, getti di inchiostro mostrano febbrili, sulla linea retta, il loro nucleo ancestrale. La parola è strumento primario dell’uomo, logos. Conoscerne l’atavica funzione implica un impiego creativo e originale della stessa. Rondoni lo sa bene quando graffia il bianco della carta con la luminosità dei vecchi epici e il fuoco singolare dei Moderni.

Se ci si limita a due dei suoi volumi, Avrebbe amato chiunque (Guanda, 2003) e Apocalisse amore (Mondadori, 2008), e li si legge per così dire in successione, non si tarda a comprendere come un approccio simbolico del testo sia tra i privilegiati. Non già per generale predilezione bachelardiana, bensì per intuizione diretta: soggette a questa lente, le poesie si divaricano, pronte alla penetrazione del fruitore. Due ci sono apparse le figure più frequenti, quelle emergenti con più forza dal dettato e reggenti la struttura tematica dei libri. La linea e il cerchio. Analizzate in entrambe le raccolte, esse non solo descrivono i nessi spazio-temporali dell’autore, ma ne segnano il modus operandi, il modo di costruire immagini. Capita spesso di vederle compresenti nella stessa poesia:

Ti vedo ti vedo
forsennatamente, riappare
come uno stormo dal vuoto bianco del cielo
l’imprevisto che dà amore alla mente

[…]

ti vedo un attimo dopo
questa tua giovinezza, mentre
entri nelle grandi gallerie del tempo.

(Ti vedo ti vedo, da Avrebbe amato chiunque)

“L’imprevisto che dà amore” scende verticalmente “dal vuoto bianco del cielo”, mentre si entra nel cerchio delle “grandi gallerie del tempo”. Lo spazio è dunque disegnato nella profondità. Kronos, il grande inghiottitore, ha simbolicamente la forma circolare (a mo’ di abisso o voragine).

Ma il fuoco chiaro, febbrile del giorno
che scende tra gli alberi
– chi lo guarda? chi è esperto
dell’aria,
del dolore?
chi segue le linee sulle mani della betulla
e avverte lo slegarsi di molecole…

(Blues stasera del vento, da Avrebbe amato chiunque)

In questi versi, le geometrie si prestano a un vero rito cosmogonico; le linee, ascendenti e discendenti, orientano l’incontro delle cose: “il fuoco chiaro” discende contro le linee innalzate della betulla. Non è un caso se la pioggia, sciame d’acqua in linea retta, costituisce un leitmotiv della raccolta. Rondoni sembra unire le sue forme all’espressione del dolore più intenso, alla solitudine. Vi si potrebbe allegare un archetipo antichissimo: lo scorrere del tempo “lineare”, ossia il principio motorio verticale che regge le clessidre, inesorabile scorrere di vita. Alcune pagine di Apocalisse amore ripropongono il fenomeno in tono prorompente. In passi come questo, la drammatizzazione tocca vette parossistiche:

La notte è piena, vedi come

questa notte è piena di fuochi

stelle cadute nelle gole

o sui pendii, ai margini della città, pianure…

L’inclinazione stellare ha diverse gradazioni, tanto quanto si spalma sulla scena la forza o la distensione del dolore: prima “stelle cadute nelle gole” (verticali, penetranti, a picco), poi riverse sui pendii e, infine, su pianure… Ciò che segue ribadisce l’armatura simbolica:

Passami una mano sugli occhi,
amore,
quasi distinguo più
i bagliori la notte dimmi,
sono casuali, roghi d’abbandono

o sperduti cerchi di festa?

La connotazione del cerchio (sperduto, in absentia) assurge ancora ad eco d’abbandono.

Si trovano altresì combinazioni più complesse. La croce, intersezione primaria, sintetizza la natura quasi mistica del libro, insita nel binomio del titolo. Come succede nei versi apocalittici di Spanish harlem:

anche lei

ha l’apocalisse negli occhi belli

tutto quello che ho amato

e una croce nella gola –

[…] bruciano sull’asfalto bagnato di pioggia

le lame della notte…

La “croce nella gola”, la “pioggia”, le “lame” assumono l’esperienza amorale ad un percorso di dolore cristico, in cui spesso si riattiva la sfera punitiva delle antiche parabole.

Tutta la poesia di Davide Rondoni è attraversata da simboli profondi. Poeta, saggista e traduttore ci appaiono talvolta sovrapposti, rievocando gli incontri coi maudits dell’Ottocento. Rimbaud, Baudelaire, anche Verlaine, di cui Rondoni conosce bene i testi, rivivono in forti simmetrie figurative. Eretica e potente, attratta dal fluire geometrico del mondo, la sua scrittura apre in effetti orbite insperate, nel gioco lento e perenne delle “correspondances”.