Il carattere della poesia del fisico e poeta Roberto Maggiani è raccolto in modo così esauriente nella prefazione scritta da Franca Alaimo per Scienza aleatoria, che al recensore resterebbe ben poco da aggiungere. Le poesie di Maggiani rivelano molte vicinanze con il pensiero romantico, specie quello di Novalis, impegnato anche lui sia nel campo della scienza (visto che, con l’incarico presso le saline di Weißenfels, aveva iniziato a studiare chimica e scrisse gli Studi scientifico-naturali di Freiberg) sia in quello della filosofia e della poesia. Come già in Novalis, anche nel nostro autore troviamo l’idea che la scissione fra ricerca scientifica e poesia non rispecchi il reale, se lo intendiamo nella sua completezza, dove le cose non esisterebbero senza un soggetto in grado di percepirle tramite i vari aspetti del pensiero: non solo quello “puro” della filosofia e della scienza, poiché esso, colto nella sua estensione, comprende la poesia e il sogno, come del resto ci hanno mostrato Freud, Ernst, Bloch, e prima di loro Nietzsche, il quale suggeriva non fossimo tanto noi a governare i pensieri quanto loro a condurci. Per questo, o anche per questo, Maggiani ritiene che il mondo vada poetizzato, cosa possibile se a agire è l’amore, il novalisiano messaggero in grado di sposare tutte le cose anziché separarle.

Attorno a simili questioni verrebbe anche in mente Heidegger, laddove mette in causa il pensiero calcolante, per il quale l’attenzione rivolta all’ente conduce all’oblio dell’essere e all’assenza della cura, almeno per chi intenda l’abitare sulla terra secondo le parole di Hölderlin. Operare in poesia seguendo una visione (chi non ne è animato, rischia di disseminare il proprio lavoro sulle vie del lamento e delle accuse improduttive, mentre sarebbe piuttosto il dispiacere a permetterci di sovvertire le richieste della sofferenza, con la quale si va spesso a nozze) comporta anche il sogno di veder di nuovo intrecciati scienza e poesia, microcosmo e macrocosmo, per cogliere, tramite intelligenza e immaginazione – secondo Baudelaire – le loro infinite analogie o corrispondenze. A legare fra loro immaginazione e intelligenza, Maggiani inserisce opportunamente la fantasia, vale a dire il mezzo che le muove e ci spinge, perché se Sophia de Mello Breyner Andersen, che il poeta cita all’inizio del proprio libro, scrive:

[…] credevo che essi [i poemi] fossero consustanziali all’universo, che fossero la respirazione delle cose, il nome del mondo detto da lui stesso.

Pensavo anche che se fossi riuscita a rimanere completamente immobile e muta in certi angoli magici del giardino, sarei riuscita ad ascoltare uno di quei poemi, che l’aere stesso portava con sé

la fantasia è il marinaio, il moderno e antico soggetto odissiaco in cerca di terre nuove, anziché sostare muto e immobile in attesa dell’evento. D’altra parte, se non è dato trovare, come accadeva a Picasso (non cerco, trovo) o attendere in silenzio come i santi, sperando di essere raggiunti dal poema, occorre muoversi, comporlo. Il marinaio issa le vele,/ raccoglie i primi venti/ che passeggiano sulle distese, e sebbene all’orizzonte non si profili nessuna terra, la luna è un grande occhio/ di cristallo venato nell’azzurro: e lo sguardo,/ che cade nella distanza/ dall’albero maestro alla Luna è come una freccia diretta nel bersaglio/ nell’occhio. (“Fantasia”). Mi pare sia qui presente un’analogia fra occhio e luna, nel segno della luce.

Il poema consiste nel ritrovare nel corpo della mente le stelle osservate (“Osservazioni”) che come tutte le cose salgono in superficie dopo essersi tuffate nelle acque primordiali, come lo stesso mondo, se ci rendiamo sensibili al mito, all’accoppiamento di Urano e Gea e all’uovo cosmico che si schiude liberando spiriti (“Cosmogonia”), ricordando, però, che la scienza del mito è una scienza senza oggetto, come scrisse Furio Jesi. Maggiani vi fa probabilmente ricorso non solo per il fascino esercitato dal racconto degli déi, ma anche perché ad esso inerisce la molteplicità del paganesimo con le sue domande sull’essere, all’inizio formulate nell’ambito dei poemi. Lo si nota, dove fa intervenire le “Equazioni di Maxwell del campo elettromagnetico”, offrendocene graficamente alcune: Belle formule, di bell’aspetto, voglio leggervi/ in spirito di poesia/ come quattro piccoli versi del grande poema, la luce. L’estetico invade dunque anche il mondo scientifico, ritenuto gelido (ma non lo era affatto per lo storico della scienza Giorgio de Santillana, per esempio quando ricorda gli studi degli astronomi antichi, che nella Stella Lucifero, apparsa otto volte nel cielo, scorgevano il pentagono incluso e la Venere cosmica), sicché, riguardo agli studi attorno alla luce, il Poeta ci invita a comprendere la bellezza dell’onda luminosa e il fascino dello spettro, per come possiamo scorgerlo nelle gocce appese, sul filo tessuto dai ragni e nell’arcobaleno. Scienza aleatoria, suona il titolo del libro, forse per il fatto che con esso il Poeta non rinuncia alla poesia e alla bellezza (stabilirebbe anzi un connubio fra poesia e verità) che sa scorgere anche nelle scoperte della scienza, specie riguardo alla luce, visto che il libro le è in fondo dedicato:

Fatemi vedere ancora oltre

la luce viscida sulle pietre dopo la pioggia

le forme del tramonto sulle cornici seicentesche di un

palazzo fiorentino

lo spazio tagliato dai raggi obliqui del sole che spegne

sulle cime dei cipressi, come fossero candele soffocate dal

cappuccio della sera.

Potrei citare altri versi di questo bel libro, ma non vorrei opprimere il lettore togliendogli il piacere di soffermarsi per suo conto su quelli che più lo interessano.