Sono molti i poeti più o meno noti che insegnano. Pochi quelli che fanno circolare la poesia viva, in carne ed ossa, malgrado tutte le difficoltà di organizzazione, gestione ed economia. Del resto, in questi tempi terribili in cui l’arca della scuola frana, si spacca, si estingue, con tutta la classe degli insegnanti dentro, come vivificare il cuore e le tempie dei ragazzi attraverso la poesia, è uno dei mille problemi. Non l’unico, purtroppo. Conosco moltissimi poeti e poete che insegnano dalla scuola elementare all’università.
Vorrei coinvolgerli per una loro testimonianza, cercando di trovare il filo di questa orribile matassa: perché la poesia non emoziona in classe? Perché si ammazza fin dai banchi delle scuole medie (non elementari)? Che cosa si potrebbe fare e che cosa si sta facendo?Ho chiesto a Sergio Pasquandrea per cominciare, scegliendo la sua serietà e la sua qualità e la sua ironia. Mi ha risposto così.

<< Si potrebbe parlare a lungo delle qualità necessarie a fare un buon insegnante. E ne hanno parlato a lungo, in effetti, in tanti e di certo anche migliori di me. Quindi, senza presumere di risolvere la questione, dirò soltanto che una qualità, senza dubbio, ci vuole: un certo grado di sana, positiva gigioneria.
Un buon professore può anche non essere per forza un grande studioso, un pensatore originale, un profondo filosofo. Può anche non dire niente di nuovo, anzi non è affatto obbligato a dire qualcosa di veramente “nuovo”. Però, quel che dice deve arrivare. Se in classe dici qualcosa di folgorante, ma quel qualcosa non raggiunge nessuno, nemmeno uno dei tanti cervelli presenti, beh, allora hai sbagliato. Hai sbagliato mestiere, azzarderei.
E uso di proposito la parola “cervelli”, perché tante volte, quando un professore guarda una classe, vede una pila di compiti da correggere, una scacchiera di caselle da riempire di numeri, un gregge di pecore, un mucchio di pubescenti gonfi di ormoni, un noioso rumore di fondo da eliminare, una fonte di emicranie, un nemico da abbattere. Tutto, ma non dei cervelli.
Quest’anno avevo tre classi seconde di un Liceo delle Scienze Sociali. I programmi ministeriali mi informano che devo parlare del “testo poetico”. L’antologia (anthos legein, “scegliere fiori”: ma non è che i fiori staranno meglio sui prati, che non sui libri?) mi fornisce una lista di argomenti. Campi semantici, metrica, strofe, figure retoriche (“l’hai fatta la sineddoche?”, mi chiedeva la collega del triennio, con il tono di chi chiede “l’hai fatta l’antitetanica?”), figure di suono, stile, registro; e poi scelte di testi, selezioni tematiche, classici, antichi, moderni, tutti introdotti, chiosati, commentati e biografati.
Bello, bellissimo, ma il mio problema è un altro: come evitare che quei fiori inaridiscano? Come far capire che quelle parole non sono un altro noioso compito da svolgere, non sono l’ennesima procedura da seguire meccanicamente per ottenere alla fine l’ennesimo voto sul registro, ma bensì carne, sangue, nervi, felicità, dolore, sudore, insomma vita, compressa sulla pagina?
Allora ho avuto un’idea: perché non far parlare chi la poesia la fa: i poeti? Perché non mostrare che dietro le parole ci sono persone, esseri umani in carne ed ossa, del tutto uguali a loro, se non per il fatto che, ogni tanto, fanno questa strana cosa: spremono la loro vita fino a tirarne fuori delle parole, e dalle parole versi, e dai versi poesia?
E dunque, fra gennaio e maggio, ho gioiosamente sacrificato un mucchietto di ore di lezione per invitare in classe dei poeti. Sono venuti Anna Maria Farabbi, che ha raccontato le ragioni dello scrivere; Walter Cremonte, che ha presentato il suo ultimo, bellissimo, tremendo libro, “Respingimenti”; Giampiero Mirabassi, che ha trattato di dialetti, di terra, di risate e di nostalgia; Paolo Ottaviani, che ha parlato di versi e di ritmi.
Mentre i poeti parlavano, io stavo in un angolo della classe, senza interferire. I ragazzi (ci credereste?) stavano in silenzio e ascoltavano.
Io li guardavo e pensavo a quanto erano belli. Tutti. Chiara, Anna, Christian, Eleonora, Colomba, Francesca, Leonardo, Myriam, Sofia, Emanuela, persino Jacopo che ride sempre di tutto, e Michela che ha quel po’ po’ di caratterino, e Pamela che quest’anno non ce l’ha proprio fatta a essere promossa, e Ilaria che invece ce l’ha fatta per un soffio, e Giulia con la sua faccina diafana da elfo, e Teresa che è tanto intelligente e tanto chiacchierina, e Martina che non apre un libro neanche sotto minaccia di tortura, e Lucia che tante volte ho beccato a copiare, e Arianna che quando la interrogo diventa tutta rossa e devo dannarmi l’anima per tirarle fuori una parola.
Ascoltavano, qualcuno più attento, qualcuno meno, ma ascoltavano. Ed erano belli, tutti.
Qualcuno aveva gli occhi un po’ lucidi, e alla fine mi è venuto a dire che si è commosso. Qualcuno si è annoiato, ma pazienza. Nessuno di loro, credo, uscirà per andare a comprarsi un libro di poesia, e in fondo va bene così. A qualcuno, però, sarà rimasto dentro un semino, che prima o poi, forse, germoglierà. Time will tell.
Però, dicevo, a un professore serve un po’ di sana gigioneria. Le poesie non bisogna leggerle, bisogna recitarle, cantarle, suonarle, magari anche ballarle se è necessario. Bisogna far capire che le parole, per prendere vita, hanno bisogno d’aiuto, di lavoro, di fatica (lavoro, fatica: non sarebbe ora di ridonare a queste parole il loro senso antico, nobile?).
In una delle ultime lezioni dell’anno, ho letto in classe una poesia, anonima. L’abbiamo commentata, analizzata; ho chiesto a tutti di esprimere onestamente il proprio parere; ad alcuni è piaciuta, ad altri no. Però io mi tenevo in serbo il colpo di scena. Alla fine dell’ora, qualcuno mi ha finalmente chiesto chi fosse l’autore.
Io, che ero già sulla porta, mi sono girato, ho fatto una pausa strategica, li ho guardati e, con un mezzo sorriso: “Beh… Mia, no? Perché, non l’avevate capito?”.
Sono uscito, e li ho lasciati soli con il loro stupore.>>

Sergio Pasquandrea

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