Cosa succede a far tempo dall’inizio del terzo millennio? Accade che si rendono riconoscibili macroscopicamente i termini della poetica, o forse della legge del realismo terminale.

Nelle città, gli oggetti che le colmano, attraggono risucchiandoli, come una legge di Newton antropologica, tutti i popoli della terra, progressivamente, a rovesciarsi dentro l’urbe, su di loro oggetti e a distanza zero. Nasce un realismo fatto di accatastate mescolanze di corpi umani viventi e prodotti.

Il viaggio democratico di tutte le razze, a buttarsi sulle cose in città, è quasi concluso (4 miliardi di umani su 7), cioè è terminale e va completandosi a rotta di collo. Ciò, mentre gli oggetti divengono i nuovi soggetti e noi siamo divenuti gli oggetti novelli. A furia di amarli, ( come i mistici fanno con Dio), ci siamo identificati con loro definitivamente,lasciandogli una sorta di precedenza ed essi ci hanno scalzati.

Tutto diviene a immagine e somiglianza dei prodotti, che rappresentano il termine di paragone e addirittura l’origine della parola. Ne deriva che la figura retorica della similitudine, che rende rappresentabile tutto ciò che esiste, ora si è rovesciata e così il gabbiano somiglierà, modestamente, ad un aeroplano e non più viceversa. Si inizia un nuovo linguaggio preponderante con una sua semantica “mutata”.

Un periodo temporale e quindi una poetica, destinati ad una durata ragguardevole, si sono messi in moto. Nessuna nostalgia o linea difensiva Maginot ci tratterrà dal tuffarci nelle metropoli abitate da utensili e corpi. L’oggettofilia, è la legge che tiene prono e servizievole questo mondo. In un simile contesto, l’obbedienza (alle cose), a dispetto di quanto invalso nel secondo 900, è così tornata ad essere una indiscutibile virtù.

Guido Oldani

da poesia.blog.rainews24