domenica 19 febbraio 2012

Paola Febbraro, “Stellezze”

paola febbraro stellezze

Stellezze (LietoColle, 2012, a cura di Anna Maria Farabbi) nasce da un’amicizia, anzi, da un sorellanza generazionale, geografica ma soprattutto spirituale. La morte prematura di Paola Febbraro ne è l’occasione immediata, dentro il comune fuoco della passione per la poesia e per la propria natura femminile, raccontata sin dal primo scambio epistolare raccolto nel libro. Paola, dopo aver letto alcune poesie di Anna, le scrive infatti, quasi in versi: “lasciati abbracciare /fidati di me / prova a farti prendere la mano e ad attraversare il bosco insieme ad un’altra donna // niente niente niente e nessuno può essere così concretamente vero per una donna come / come / l’abbraccio di un’altra donna” e conclude: “niente e nessuno è stato così rivoluzionario per me /quanto la fiducia in un’altra donna”. Parole di straordinaria autenticità, che assumono ulteriore valore se, in quest’intima scena, aggiungiamo la donna primaria, l’origine di ogni legame femmineo futuro, sua madre Giovanna. E alla madre, Paola scrive versi come questi, perfetti nel chiarire la forza della fonte, ma anche la distanza che ogni nuova generazione pretende: “teniamole le madri al loro posto semplice / nel posto che spetta loro di diritto / prima di noi”.
Stellezze è sia la storia di un’amicizia attraverso la corrispondenza epistolare (alla quale partecipa anche Vittoria Ravagli, fondatrice del circolo culturale “Le Voci della Luna” di Sasso Marconi), e sia un’ulteriore conferma delle qualità espressive di Paola Febbraro, della quale, in Senza riparo scrivevo: “Diversamente da alcune poetesse italiane contemporanee, che hanno ricondotto la scrittura femminile alla mistica del corpo sessuato, peccando talvolta di un manierismo narcisista, Paola F. Febbraro ha certamente scelto lo scrivere quale strumento per esplorare se stessa, ma a partire dall’enigmaticità dei segni linguistici, dal loro corpo vivo e virale, sperimentato sin da subito attraverso la poesia visiva; attitudine che la Stein e William Burroughs (ma anche Rilke e la Dickinson) le hanno poi scientemente potenziato, aprendole il passo oracolare di un verso rettilineo intenzionato a riprodurre l’energia profonda dell’esserci, alla maniera del ‘verso proiettivo’ di Charles Olson, nel quale la pagina diventa un campo-di-forze dove i sintagmi operano per forza associativa e secondo un ritmo nato dal respiro”. La vicinanza con Anna è evidente: Sin dalla Fioritura notturna del tuorlo (Tracce, 1996), la sua poesia modula infatti “il canto in un furore iniziatico e metamorfico, che da Orfeo la trasforma in ‘lupa di guerra/ […]/ zitta gravida e ancestrale’, in strega che addensa gli arcani notturni, facendo fiorire il tuorlo della lingua, così che il caduco s’aduni”. Per entrambe la radice terrestre è decisiva, di una matria ben precisa, l’Umbria, per quanto la Febbraro vivesse esule a Roma, fra casermoni e traffico, lontanissima dal paesaggio rurale di Ammeto, suo paese natio. Per Farabbi è invece Montelovesco, non molto lontano. Due borghi attraversati dai lupi, probabilmente.

Stellezze si apre con confidenze legate agli odori dell’origine, con i suoi suoni arcaici, le ninnenanne, prosegue con la corrispondenza privata – le “cinque lenti d’ingrandimento” che ci aiutano ad avvicinare Paola nella sua dimensione creaturale – e sfocia in un’antologia i cui testi comparvero inediti nei loro scambi epistolari, talvolta con varianti che la Farabbi annota in appendice con rigore filologico. In verità, il libro comincia dalla copertina, dove troviamo un disegno di Paola su quaderno a righe dal titolo “la mia giornata”: una passare ordinario, tra lavoro e casa, tra scrittura e sigaretta, tra TV e autobus, un passare che la sua poesia fissa facendo leva sull’invisibile che gli sta dentro. Quell’invisibile che solo i poeti sanno trasformare in profondità della superficie.

Nel sito di LietoColle altri dettagli
Su Blanc de ta nuque un ricordo.

Leggi l’articolo e i relativi commenti qui