Secondo me, il 7 e l’8 Luglio scorsi a Thiene hanno avuto luogo alcuni errori ed un miracolo.
Gli errori, già ampiamente analizzati, ormai li conosciamo tutti e non c’è bisogno di ritornarci su. Il miracolo, invece, mi sembra abbia bisogno di essere ribadito: lo scambio.

Secondo me, la grande opportunità di k.Lit – indipendentemente dalla moltitudinarietà delle presenze oggettivamente molto scarse in alcuni casi – è stata quella di aver avuto la possibilità di conoscere numerose persone particolarmente interessanti, di affrontare con tutte loro temi particolarmente rilevanti con una certa sistematicità, tornando a casa diverso da come ero partito.

Secondo me, avere la opportunità di sentirmi parte di un progetto che mi trascende vale più di mille idioti seduti in silenzio a (fare finta di) ascoltare quello che un altro idiota gli sta dicendo.

Secondo me, chi parla di flop o non ha capito una mazza, oppure non vuole capire che non è più possibile continuare ad utilizzare, per esperienze come k.Lit, i parametri critici del quantitativismo positivista che vanno ancora bene per determinare gli esiti del Premio Strega, il successo della sagra dei tortelloni al cinghiale o l’audience di un programma in TV. La crisi della critica, dunque, mi pare vada ben oltre i confini della letteratura.

Secondo me, chi non ha capito una mazza o non vuole capire (e sono in molti) ha una percezione quantomeno parziale (per non dire superficiale)del web: “il medium è il messaggio” è l’unica frase che ha letto di McLuhan citata da qualcuno in chissà quale articolo di chissà quale supplemento domenicale, e possiede una visione riduttivamente strumentale del “mezzo” internet; visione troppo miope per riuscire a vederne i risvolti “bio” -sociologici, -antropologici, -politici, -etici.

Secondo me, visto il momento storico durante il quale si è svolto k.Lit, la letteratura ha rappresentato (e rappresenta) un pretesto per parlare di qualcosa di cui ancora non sappiamo il nome. Mai prima d’oggi tutto è stato così indissolubilmente (è il caso di dirlo) connesso, e mai prima d’oggi i compartimenti stagni delle nostre categorie tassonomiche si sono rivelati più ingenui e insufficienti, inadeguati. Non mi sorprenderebbe se un giorno, fra qualche decina d’anni, un mio ipotetico nipote – con un chip di Google impiantato nella testa – mi domadasse “nonno, cos’è la letteratura?”.

Secondo me, per le ragioni sopra accennate, l’ebook allo stato attuale rappresenta un mero elettrodomestico senza alcun valore (non economico) aggiunto, responsabile con noi che lo compriamo di suicidi asiatici, guerre africane e condizioni lavorative discutibili a livello globale.

Secondo me, la crisi della critica, la crisi del soggetto, la crisi delle identità, la crisi dei ruoli, la crisi del postmoderno (o la sua morte o agonia o evoluzione), la “crisi dei valori”, la crisi politica, la crisi economica, la crisi dell’editoria, la mutazione della letteratura, la mutazione antropologica etc. sono tutti segni tangibili di un fenomeno – la rivoluzione digitale – che, come tutti i grandi cambiamenti imposti dal progresso, sta stravolgendo e in gran parte distruggendo la società all’interno della quale sta avendo luogo, le cui conseguenze avranno la stessa portata di quelle sperimentate dalla società durante la rivoluzione industriale.

Secondo me, la digitalizzazione della realtà ha accorciato (e continuerà a farlo sempre più) le distanze tra l’uomo e il reale: l’instantaneità dell’elettricità ci implica al di là della nostra volontà, rendendo obsoleta, irrilevante, anacronistica qualunque osservazione. Nel linguaggio binario 0-1 il tempo della riflessione si trasforma in tempo dell’azione (reazione). La simultaneità ed ubiquità del digitale azzera qualunque prospettiva, qualsiasi punto di vista: il motto nitzschiano che recita “non ci sono fatti ma interpretazioni” si trasformerà nel motto di derivazione heisenberghiana “non ci sono interpretazioni ma azioni”. In tal senso, l’esigenza del dire, dello spiegare si vedrà rimpiazzare da quella del fare. La questione della verità e della conoscibilità del mondo così come la conosciamo oggi scomparirà, assumendo le forme della esperienza mediata da una rinnovata sensibilità, da nuove sintesi sensoriali e sinestesie inedite di cui ci serviremo per continuare ad affrontare l’inemendabile, ineluttabile arbitrarietà dell’esistenza.

Secondo me, le trasformazioni in atto in campo letterario, come il rifiuto della trama nella narrativa e il progressivo abbandono del (manierismo del) verso in poesia, sono paradigmatiche nella misura in cui rappresentano la (temporanea) soluzione all’impossibilità heisenberghiana del dire l’esperienza. Con la simultaneità del digitale non c’è più tempo per una forma narrativa: il tempo narrativo si trasformerà gradualmente in tempo dell’azione nella misura in cui la narrazione si avvicinerà all’esperienza fino a coincidere con essa.

Secondo me, il giorno in cui la narrazione coinciderà con l’esperienza, la società visiva e del linguaggio scritto diventerà una società simultanea, dunque storica, ovvero orale. Lungi dal rappresentare un regresso o una involuzione, tale ritorno all’oralità sarà un avvicinamento alla razionalità che appartiene alla musica. La frammentarietà del logos figlio dell’alfabeto e della scrittura verrà sostituita dalla unificazione favorita da una tecnologia che, mentre ora produce per la massa, poi produrrà la massa. Non ci sarà più pubblico perché non ci sarà più spettacolo.

Secondo me, la diluizione della frammentarietà e l’abbandono della serialità contribuiranno al compimento del passaggio dalla società “platonica” alla società “omerica” ed al consolidamento del mito come modalità della consapevolezza simultanea di un complesso gruppo di cause ed effetti.

Secondo me, considerando tali premesse, non è difficile immaginare “che cosa potrà essere l’opera d’arte quando il pensiero non incontrerà più ostacoli nel marmo, nella tela e nei colori, nei suoni e nella parola; quando l’opera d’arte si esplicherà, si formerà con la stessa rapidità e con la stessa nettezza dell’idea, cioè, quando il pensiero diventerà visibile, tangibile, quantunque fuggevole, forse, e mutabilissimo, come la sua natura di pensiero comporta; quando insomma le creazioni dell’intelletto immaginativo vivranno, sia pure per qualche istante, realmente fuori di noi, quasi proiettate da un cinematografo infinitamente superiore a quello inventato dai fratelli Lumière”.

Secondo me, sarò morto da un bel pezzo quando ciò che deve accadere – sia quel che sia – sarà accaduto e non saprò mai come sarà andata a finire.

Secondo me, k.Lit da “primo festival dei lit-blog d’Europa” deve diventare un “festival dei lit-blog europei”.

Secondo me, il verde mi dona tantissimo.

Morgan Palamas

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