dn:La poesia è linguaggio. Il linguaggio è morto. È morta anche la poesia?
sr: Nell’economia della comprensione, la poesia è quella più attiva ed efficace, ne determina le pause, l’arresto, l’attenzione. Attività queste che, in un mondo in cui sotto lo stato di “globalizzazione” si intrufolano le giustificazioni più assurde, determinano ancora la salvaguardia dell’umano. La poesia è il calco della lingua in stato di allerta; è il margine dal quale l’inattualità si rende agente e veggente; è lo spazio nel quale il credibile ma anche l’incredibile, come il possibile e anche l’impossibile, diventano reali; è la patria del folle e dell’idiota e di tutti cloro che sanno – a scapito di sè stessi – trovare il vero;

è la resistenza ad un linguaggio quotidiano disperso e dispersivo nel quale l’individuo diventa merce; è il tratto che conduce al rantolo ma anche al balbettio della lingua; è la “faccenda” che sa come riguardarci, che sa come responsabilizzarci tutti nel nostro “passaggio”nel mondo.Il linguaggio da qui dunque non risulterà morente, ma sempre “probabile”, perché possibile e necessario. La poesia non ha ancora rasentato appieno la sua morte! Essa vive periodi lunghi di “illuminata convalescenza” e in questa parentesi, si fa carico della sua stessa rovina, delle sue stesse imprudenze. Essa mette in forma la “crisi”. La resistenza è la sua marca, il suo calco, il suo inizio; essa è capace di sopravvivere nonostante tutto e senza il “tutto”, che a noi sembra essenziale per continuare il nostro tratto di desiderio.

Come dice Giancarlo Majorino: “la poesia orienta gli orientatori”…. e come dice ancora il mio maestro che fu Antonio Porta “scrivo poesia per vendicare tutti i bambini”. È in questa “vendetta” che la lingua poetica ha la sua resistenza, la sua capacità di farsi naturale e natura insieme, proprio come quella rubata ai bambini dagli adulti. La poesia è una pratica politica che si fa carico della responsabilità che la parola ha nei riguardi dell’essere persona e della sua umana gloria.
Ho fiducia nella poesia come si ha fiducia nell’inverno.

dn: Può la poesia resistere alle barbarie? In che modo?
sr: Non è la poesia che resiste alle barbarie è – e per fortuna sua – l’uomo a resistere alle barbarie e di conseguenza – essendo dell’uomo – anche la poesia ne è parte totale. Una parte somigliante e totalmente in lotta con la persona immersa nel tentativo estremo di sopravvivere alla sua e alle condizioni umane, che gli vengono incontro o meglio contro. La poesia penso sia il risultato di una collimazione della propria esistenza alla vita e come fosse un respiro unico e univoco che và a somigliarci sempre. È per questo che nelle grandi epoche di svolta, la poesia è sempre restata sui cigli delle barricate, e tra i rivoltosi come segno di un “no” evidente e sincero. In tutte le guerre la poesia ha segnato un percorso di risposta umana al disagio e alla conoscenza del sé di fronte al disastro, all’estremo. Anche negli eventi più atroci senza ritorno, la poesia ha fatto da balsamo a chi gli ha saputo credere.

Penso a Primo Levi ad Auschwitz, con Dante, o a Osip Mandel’štam nei gulag staliniani, con Petrarca, penso al loro canto protetto dal disumano. Inoltre ritengo che la poesia vada a sostenere la conoscenza di sé proprio come gesto di fiducia nel proprio ancorarsi al mondo, per vita e per fame: che essa possa essere davvero, un ancoraggio. Maria Zambrano dice che i poeti sono poveri per abbondanza e in questo ossimorico dire, è riposto tutto il senso del dare e dell’avere della poesia e dei poeti. Il modo di resistere alle barbarie della poesia è il modo che ha la parola di esprimere il conflitto e la sua mediazione; il modo di portare alla luce il disagio e farlo restare alla luce, senza nasconderlo o falsamente risolverlo. Essa dilata, distorce, disorienta la falsa sicurezza delle consolazioni e delle illusioni, portando alla cinesi ultima di chi deve dirsi per forza il vero per essere creduto, per volergli bene! La poesia è tra i gesti dell’ultima ora: quelli che pareggiano!

dn: Il Diario scritto era (come lo Zibaldone di Leopardi) un buon viatico per la poesia.
sr:Suggerisco sempre ai miei studenti o a chi mi chiede qualche consiglio a proposito della poesia, di tenere sempre un “diario di lavoro” accanto alla propria produzione poetica. Una modalità che permette di restare sempre in contatto con il fondamento della scrittura: la progettualità. Il “diario di lavoro” è quello spazio nel quale e con il quale il poeta lavora connettendosi al mondo in continuazione. È il territorio sul quale portare tutti gli allontanamenti possibili, tutti i “perdersi” probabili. Lo spazio sul quale procedere per desiderio e volontà, il territorio sul quale veder reagire e impostarsi poeticamente il proprio stile. Esso divelta la testimonianza del testimone: un modo per portare in udienza il lavorio sul vero – che non è la verità (non credo in questi assolutismi idealistici) – assieme alle parole salvate per dirlo, pronunciarlo.

Nel diario il poeta coltiva la propria abitabilità tra le parole, la propria stanzialità del desiderio, inoltrandosi in una mappa che ancora si deve completare per osservazione e attenzione. La sua funzione è di rendere attendibile il “trovare” e in questa deambulazione riflessiva ed empatica con il linguaggio e la lingua, il poeta si fa carico di un passaggio reale nel suo orientarsi. Egli sa che tutto ciò che governa la poesia è la vita con le sue esperienze e mai un’estetizzazione del mondo. Al poeta vengono chiesti sempre le proprie generalità, le proprie impronte digitali. Egli ha il principio di realtà di chi sa che è per fame che si avanza e mai per sazietà. In questa sostanza umana il poeta genera!

dn: Facebook riuscirà nella stessa impresa?
sr:Facebook (di cui ancora, per ora, non ne faccio parte) è una comunità interessante e preoccupante al medesimo tempo. La richiesta di sentimenti (come l’amicizia che per me resta un sentimento raro e prezioso) per poter entrare a far parte di una comunità virtuale e senza fisicità, la trovo forse un po’ lontano dalla mia natura. Avere un pubblico, avere una folla, avere una moltitudine è il vero successo di questa cittadina ma a quale pubblico, a quale folla, a che moltitudine giunge realmente il “grazie”? Emmanuel Lévinas diceva che il volto è il segno dell’infinito e della responsabilità totale che ognuno di noi ha nei riguardi dell’Altro, nel momento in cui ci guarda negli occhi. La poesia racconta questo sguardo tentando di sostenerlo!

dn: Luzi è morto a 90 anni, Zanzotto anche. La poesia allunga la vita?
sr:Dovrei dire per coinvolgimento: speriamo! La vita è così strana da mantenere vivo che chi ha saputo collimarle: costui la protegge certamente dalla morte. Adoro chi segue il proprio respiro, chi si somiglia nelle cose, nelle scelte, nelle proprie orientazioni. Amo chi si fa carico della propria natura, accettandola di buon grado e di buon animo. I poeti longevi sono solo uomini longevi e non so se per poesia o per vita o solo per fortuna….ma che importa! L’importante è che il loro essere passati da noi e in poesia, ci abbia lasciato dei regali da scartare quotidianamente, come appena impacchettati o meglio appena donati. La poesia è questo dono che si dona con un moto perpetuo e per merito di un gesto scrittoreo, di un gesto imparato dall’uomo per eternarsi. Dunque direi proprio che la poesia allunga la vita che sa restare in vita. È questo il lascito dei poeti,il loro sforzo di trasformarsi in musica, ritmo, armonia; di modificarsi in pensieri ed emozioni carichi di tutto lo spazio possibile per farci stare tutti, per com-prenderci tutti. A questo punto potrei dire di sì, la poesia allunga la vita perché la dilata, la fa avanzare , dando spazio e luogo ai molti che sono disponibili ad abitarli.

dn: I bambini sono poeti naturali o hanno bisogno di imparare? In che modo?
sr:Non ho mai capito se il “fanciullino” pascoliano sia ancora affacciato al davanzale della sua finestra o meno e non so neppure, se il balbettio – “da da da” – dei bambini e dei dadaisti sia ancora alla ricerca di un senso o meno, ma la cosa certa è che nel “nostro inizio” si è più veri e più puliti in tutto e che l’inizio sia sempre il modificabile che si presta alla modificazione. Bisognerebbe rifarsi al magnifico testo di Schiller “Sulla poesia ingenua e sentimentale”, per argomentare questa domanda e chi lo ha incontrato questo magnifico maestro, capirà bene che la risposta è già stata data. Ciò che invece penso sia ancora possibile, è proprio la frase di Antonio Porta che prima ho citato per rispondere alla prima domanda: “scrivo poesie per vendicare tutti i bambini”.

I bambini sono “il tutto” allo stato naturale, ma anche il “niente”. Sono la comparsa delle cose e la loro rottura, sono la dinamica e la stasi, sono il sì e il no del mondo e nella loro progressione, il bene e il male che si fanno carico di una fisionomia, che nella vita adulta dovranno sostenere a loro discapito o a loro vantaggio. Nella frequentazione – da padre – dei bambini, noto che la loro improvvisazione continua porta alla sollecitazione della speranza. I bambini sono poeti nella misura in cui gli adulti sono adulti. Non penso che la poesia sia sinonimo di ingenuità e inconsapevolezza…anzi! S’impara tutto: s’impara a respirare, a mangiare a camminare…. s’impara a scrivere, non ad essere… quello per fortuna siamo diventati. Tutt’al più s’imparerà a “diventare” e mi auguro, a “diventare sé stessi” sempre e quindi, forse poeti!

dn:C’è un modo di fare poesia età per età o la poesia è un impasto unico?
sr:La poesia è dell’età, è del tempo, è della stagione. Ad ogni istante le parole possono legarsi come scomparire, si può essere simpatici o antipatici, si possono fare brutte come belle esperienze. La poesia non ha un modo ma “è il modo” di un dire particolare, di un genere unico, di un’arte. E da questa prospettiva il tempo si va mischiare come per destinazione, lasciando tracce che dicono l’età appunto, per consonanza e testimonianza. Ogni età ha il dire speciale, il suo dire riconoscibile e riconosciuto. Ho ragazzi infatuati dai versi e anziani infatuati dai versi…. Entrambi coraggiosi, entrambi vivi. Proprio a tale proposito – a proposito della comunicabilità o passaggio della poesia all’Altro/i – il mio impegno, in questi ultimi anni, è rivolto alla didattica della poesia nelle scuole. I progetti che lancio come possibilità di esperienza poetica, non vertono mai sull’insegnamento della scrittura poetica, ma sull’Intenzionalità del gesto poetico.

Ciò vuol dire anzitutto, eliminare il malinteso che si possa insegnare a qualcuno a scrivere e soprattutto a scrivere versi. Penso che la scrittura sia un talento che bisogna poter coltivare e trovare a furia di furibonde immersioni nella lettura e nella letteratura e che la poesia, sia il risultato di questa attenzione, stile e decantazione. Un orientarsi sul proprio respiro per conoscerlo e per meglio portarlo appieno della sua potenzialità. I mie progetti sulla poesia sono dunque rivolti a coloro che tra le mani hanno un testo. Uno spazio/luogo dove poter deambulare con la mente e con il cuore, cercandovi e creandovi la propria cittadinanza. Corsi dove agli studenti chiedo la disponibilità dell’ascolto e l’attenzione del sentire e dove la poesia resta di fronte a noi, come un porto da raggiungere senza pericolo e né pericoli. La lettura, l’analisi, la decifrazione delle immagini, la globalità del suono/ritmo sono tutti elementi che servono per poter gestire un verso.

Sarà solo nell’attenzione all’Altro – al testo – e nella disponibilità dell’ascolto dell’Altro – del testo – che anche le parole – se lo vorranno – ci verranno incontro con le loro sembianze: le loro forme. I passi della comprensione e dell’intesa che si ha con un testo poetico ha poi, infatti, a che fare con la capacità di sperimentare, di accettare/accogliere il proprio sapere tra i saperi. Ecco dunque che la poesia come pratica delle pratiche si fa carico della responsabilità dell’esperienza nei riguardi della propria vita, del proprio esistere e del proprio sapere. La letteratura è dunque una regione della ragione che sempre deve essere alimentata e sostenuta. È per questo che all’inizio delle mie lezioni ripeto sempre due frasi per me cardini. La prima del grande poeta Paul Celan che dice: “Non vedo nessuna differenza tra un poema e una stretta di mano”; la seconda proviene dalla lucidità e saggezza della mia cartolaia, nonché grande poetessa (da poco scomparsa) Lella Bonvini, che dice: “per dire cento devi sapere mille” che tradotta in altre parole, significa che per scrivere bisogna leggere molto di più di ciò che ci si possa immaginare. Perché saper leggere è sapere ascoltare, vedere e sentire.
La poesia chiama i sensi a rapporto e li ospita nel suono delle sue parole, sporgendole/porgendole.
Milano, novembre 2011

Stefano Raimondi (Milano, 1964) poeta e critico letterario, laureato in Filosofia (Università degli Studi di Milano). Sue poesie sono apparse nell’Almanacco dello Specchio (Mondadori, 2006). Ha pubblicato Invernale (Lietocolle, 1999); Una lettura d’anni , in Poesia Contemporanea. Settimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, 2001); La città dell’orto, (Casagrande, 2002); Il mare dietro l’autostrada (Lietocolle, 2005), Interni con finestre (La Vita Felice, 2009). È inoltre autore di: La ‘Frontiera’ di Vittorio Sereni. Una vicenda poetica (1935-1941), (Unicopli, 2000), Il male del reticolato. Lo sguardo estremo nella poesia di Vittorio Sereni e René Char, (CUEM, 2007) e curatore dei seguenti volumi: Poesia @ Luoghi Esposizioni Connessioni, (CUEM, 2002) e

[con Gabriele Scaramuzza] La parola in udienza. Paul Celan e George Steiner, (CUEM, 2008). È tra i fondatori della rivista di filosofia “Materiali di estetica”. Collabora a “PULP libri”, “Più Libri”, “Poesia” e tiene corsi sulla poesia in diverse associazioni culturali e strutture scolastiche. Curatore del ciclo d’incontri “Parole Urbane”.

(intervista apparsa in “Conflitti. Rivista italiana di ricerca e formazione psicopedagogica” n. 11, 2012)

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