Anna Maria Farabbi ha scritto molti ed importanti libri di poesia che le hanno consentito di dipanare il filo della sua poetica, lungo paesaggi e passaggi che hanno acquistato, grazie alla sua scrittura, lo status di autentici genius loci; libri che hanno inciso in profondità il suo profilo e quello della poesia contemporanea italiana.

In questa analisi ci occuperemo di due suoi libri, La magnifica Bestia, pubblicato nel giugno del 2007 Traven Books (coedizione) di Merano, in italiano e in tedesco- circostanza questa da sottolineare con forza- e Solo dieci pani, pubblicato nel 2009 dalle edizioni Lieto Colle.

La magnifica bestia si apre con una dichiarazione straordinaria sulla irriducibilità della forza della lettura e della scrittura; irriducibilità a qualunque ostacolo, fosse anche quello estremo della grave malattia. Così il bambino cieco, privo di braccia a causa della guerra, che legge con le labbra e il giornalista Jean Dominique Bauby che non si è arreso alla malattia e ha continuato a scrivere muovendo le palpebre, consegnano alla poetessa una struggente testimonianza e, insieme, una scelta sulla lettura e sulla scrittura, ma soprattutto le insegnano- come lei scrive- ”la preziosità del ricevere e l’estenuante pratica di ogni relazione, la profondità del sentire e la parsimonia, la cerimonia, del segno.”

Qui c’è molto di più di una attestazione di valori, di scelta di una posizione e, perfino della esplicitazione di una poetica; c’è una dichiarazione d’impegno, di presa in carico di una precisa modalità per tirare i fili, questi primi fra tutti, con cui tessere la nostra particolare tela di vita.

“La preziosità del ricevere e l’estenuante pratica di ogni relazione” e infine, dopo quel percorso, la cerimonia del segno, l’atto consapevole e agito della scrittura, sono gli elementi che definiscono con nettezza il posto che l’ Autrice ha scelto e da cui ascolta e rilancia il battito profondo della terra, la terra dove affondano i suoi piedi come radici, quella che la nutre con “sangue e liquidissima ambra fossile.”

La scelta di esserci con la sua voce e la sua lingua, quella che accoglie e apre “le lingue selvatiche del vento e degli alberi dritti”, la scelta di come esserci e quindi di assumersi la fatica e la responsabilità di un perché che apre estuari di possibilità: l’incrocio di queste scelte e le conseguenze che ne derivano costituiscono la sorgente della sua poesia. La parola che fin qui ho più usato è scelta e ovviamente non è un caso. In questa presenza forte, nell’occorrenza di questa parola c’è, secondo me, la ragione profonda, la matrice anzi la madria, la falda acquifera che alimenta le sue sorgenti e nutre la sua scrittura. Marco Merlin, poeta e direttore di Atelier, e Stefano Guglielmin, poeta e critico, che – fra gli altri- si sono occupati dell’opera di Anna Maria Farabbi, hanno, fra l’altro sottolineato l’importanza, nel percorso dell’Autrice, della poesia “Autoritratto” che apre la raccolta Fioritura del tuorlo. Merlin nota come Farabbi abbia scritto una poesia come non si osava fare più da un secolo.

L’autoritratto è una dichiarazione, una firma con lo spazio più esposto e, nel contempo più elusivo del nostro corpo, il volto. La necessità di dichiarare, al passaggio dell’ideale e mobile frontiera della lettura, il possesso di una visione e di una “terra” la ritroviamo anche in questo libro, dove l’Autrice traccia un nuovo autoritratto, questa volta senza definirlo come tale, ma preciso, denso e ricco di anse chiaroscurali, come in tutti i ritratti ben riusciti. Il tocco, la pennellata rivelatrice è tutta nel verso “offro al pane/ la soletudine della mia nudità regale.” Qui troviamo il neologismo “soletudine”, che a suo modo e da solo è anch’esso un autoritratto della poetessa. Stefano Guglielmin nota in “ La bestia nella mollica: sul neopaganesimo di Anna Maria Farabbi”, che questo termine “opera uno spostamento simbolico significativo sul termine di partenza (solitudine), facendo fiorire in esso il sole-tuorlo nello spazio della narrazione ed aprendo in tal modo alla relazione profonda tra gli esseri, senza più dominio.”

Ed è la relazione tra le persone, centro e perno girevole delle nostre vite, imprescindibile contesto di senso e di significato di ogni azione e di ogni ricerca, che nella poesia “Epitaffio” trova l’affermazione dell’esistenza che proprio in forza dell’esserci reclama “L’’amore. Il meridiano che anche nel sonno/ mi percorre.”

Ed è proprio questo meridiano, ancestrale orologio che ordina e coordina, a volte rovesciando ordini e costruzioni, il lento formarsi delle sue ore e delle reti di relazioni. Amore che in forza di questa sua posizione è un atto di creazione. “ Perché fare l’amore è agire e ricevere la creazione”. Dalla relazione alla creazione, dalla creazione alla relazione, in questa circolarità, c’è il laicissimo annuncio della umana “buona novella”, un vangelo terrestre e primordiale, che come la terra, ad ogni stagione rinnova colori e toni, accenti e simboli. L’amore rinnova il patto con la terra madre. “Faccio l’amore in terra./ Tango: / la fisarmonica l’aia tacco e punta/ profondamente tacco/ leggermente punta/ dentro/ la mia rosa”. Questi pochi versi convocano, con la loro forza tutta la suggestione e la ricchezza di quel mondo contadino che è la patria ideale, la residenza ritrovata dell’Autrice. Ma, e qui è bene intendersi, non siamo di fronte a vagheggiate nostalgie, a oleografiche cartoline del tempo che fu o al rimpianto di presunte e mai esistite età d’oro della fatica contadina, quanto alla conquista, sofferta e tenace, di una lingua che feconda, della riappropriazione di un nucleo vitale di religiosità non trascendente che nel volo dalla terra alla terra ospita il nostro respiro e protegge le ferite delle domande. Questa terra che offre, a saper ben cercare, le molliche e le cure alla magnifica bestia e in cui si svolge la danza creatrice di una nuova cosmogonia dove l’io cede, “nel passaggio che è paesaggio/tra l’inspirazione e l’espirazione” il passo ad un dio. Da queste coordinate discende una sorta di canto generale del creato che assorbe e modula la voce della poesia, trovando e rivelando la grammatica segreta della “ scrittura vegetale, dello spargimento in terra della frenesia stellare”, aprendo porte fra mondi paralleli e sottorreanei.

Una notazione a parte meritano le tre poesie in dialetto presenti nel libro, che si inseriscono con naturalezza nel tessuto della narrazione a cui apportano le sonorità e le leggerezze di una lingua di terra che si può cuocere per cantare l’amore con “la buccia del fiato” e “mangiare la notte e la morte.”

Il libro si chiude con un lungo monologo rivolto alla madre- in realtà è un dialogo fra sé e la madre- un nuovo autoritratto dettato di corsa, come correndo su zolle di terra che a tratti diventa, una autobiografia orgogliosa che salda il debito con sé stessa, saldando quello dichiarato in apertura.

Il colloquio tra figlia e madre, a ruoli invertiti, apre il secondo libro di cui parliamo questa sera: “Solo dieci pani” , pane della poesia, poesia come pane, frutto di lavoro, impasti, terre, umori e fatiche. Cibo offerto per viaggi lunghi, necessari, come dice alla figlia, per raggiungere le terre oltre le chiese. Perché “La meta profonda del viaggio è in te: saper mangiare pane respirando il vuoto limpido”.

Questo libro può essere letto come il diario di bordo di un nuovo viaggio che attraversa e riattraversa luoghi già noti, ma lo fa con l’offerta di uno sguardo nuovo che avvolge e rivolta le tracce delle trasformazioni “da animale a vegetale a minerale in pane.”

Tracce che si possono rinvenire e capire solo scrivendo direttamente in terra, come i madonnari o piantando le parole dentro la terra come semi. Questo porsi dentro e accanto la posizione scelta- di nuovo la scelta- permette di accordare il respiro dello strumento scrittura con il respiro dell’orto interiore che, all’unisono assorbono e si dissolvono nel respiro lievito del creato. Così la risposta del “ciliegio pieno” al sole che “tramonta con una vastità impressionante/ di rosso” è la risposta piena di una visione pacificata dall’accordo profondo trovato tra i battiti dell’io e quelli del mondo, di quella porzione di mondo che si è scelta come proprio e perciò testimone del tutto.

Leandro Di Donato