Un tono secco, lapidario, una necessaria concisione. “Le stesse parole” della molisana Antonella Palermo sanno sfiorare vibrazioni e accenni quotidiani dove scintilla la luce di un pensiero, di un affanno, di un dolore. Una poesia silenziosa, rapide accensioni, “accessori” che pungono come “una spilla”, epifanie nascoste dietro la corteccia dell’usuale – “Quanto stanno i limoni signora?” – dietro gli sconforti abituali.

“Eppure nulla mi appartiene”: il computo del senso è l’approdo di un girovagare che aggiunge domanda a domande, smarrimento a smarrimento, in una linea che fa tesoro del Novecento, da Cardarelli a Penna, a Caproni.

di Renato Minore

dal Messaggero, 25 agosto