Lorenzo Pezzato

Dipendenze, abbandoni e strane forme di sopravvivenza

notarella di Marco Scalabrino

“Abitare il confine tra sé e il resto.”

Parola scagliata.

Parola avvertita.

Parola giocata, talvolta.

In essa, caustica, sofferta, provocatoria, permeata da reiterati rimandi alla tecnologia, dal lessico distintivo della comunicazione giovanile, dall’influsso deciso di termini in inglese, affonda il disagio dell’odierno vivere.

Il proposito è quello di scrivere, scrivere servendosi di ogni possibile suggestione, scrivere per comunicare ad ogni costo: “non riesco a fare senza le parole”.

La formula funziona.

“La Bellezza … ci porge / le spalle per ora.”

I poeti contemporanei sono “a corta gittata”, sono talenti dalla “parabola discendente”, sono “bavosi” di “un pertugio in cui infilarsi / per brillare un attimo solo di celebrità mediatica / d’immortalità istantanea”.

In siffatto mondo che ci condanna “a correre come cani da caccia”, bollato da “amicizie a credito altrimenti irraggiungibili / sharing some drinks at Bar Centrale, seven thirty pm”, temprato all’ossidazione dei valori tradizionali, “cielo! un server / insidia mia moglie”, contraddittorio nella sovrabbondante terminologia tecnologica, chip, social networks, google, mailing-list, rave party, on demand, e al contempo nelle sempreverdi perle dal latino, Hic sunt leones, Venetia imago mundi, Mors tua vita mea, “prendo le distanze … da me stesso”, perché, isolati pochi bagliori, quel “microcosmo perfetto temporaneamente stabile”, l’amara risposta ai tanti interrogativi esistenziali è che “forse sono io ad aver lasciato il mondo della ragione”.

“Passa / con scarpe chiodate sulla mia faccia” il tempo, ma la parola lo sovrasta, si coagula nella pagina, 28, 44, 56, risorge “a vita vera”.

“Buona la prima”?