“Fuggo dalla possibilità di uscire e non trovarti / dalla tentazione di riempire il vuoto con altro vuoto”. Basterebbero forse le parole del distico posto a sigillo della lirica Vuoto per aggrapparsi ad esplorare i 61 componimenti che danno vita a Dipendenze, abbandoni e strane forme di sopravvivenza, la raccolta poetica di Lorenzo Pezzato, edita da LietoColle (2011). Il tema della sofferenza, frutto soprattutto dell’abbandono, della perdita, della più incauta dipendenza umana, si dipana nelle liriche con cadenza quasi regolare, a tratti smarrita (Che me ne farò alla fine / di tutto questo dolore, delle macerie emotive / prodotte dal continuo restauro negli interni / del fastoso palazzo biologico che mi ospita? / Manderei tutto alla discarica.) e sbotta qua e là in irrefrenabili accessi di rabbia, al limite quasi dello sfogo o del più scapigliato turpiloquio (Da oggi ricomincio. / Sì, vi scrivo una poesia / per mandarvi a fare in culo / al poeta è concessa ogni licenza / e io vivo il privilegio, ricordate?). Ma lungi dall’idioma vernacolare, la lingua di Pezzato si propone come 2.0 della poesia, diretta espressione della net generation, con quel suo carico di vocaboli mutuato dal web e dai social network ripensati in chiave minimale.

Chi non basta a sé (ma chi davvero lo può?) è destinato al rovello, all’intricato galoppo del “maramaldo gabelliere” dei giorni, che “non si ferma passa / con scarpe chiodate” sul viso di ciascuno, senza riserva alcuna. Chi poi come Pezzato non può e non sa lasciarsi stare (non riesco a fare senza le parole / anche in sfregio alle metriche assodate / alla poetica decenza, ma un dolore così grande / urla vendetta ai quattro venti) è preda immediata del canto più serrato, ostinato e tenace, nell’agone sincero e feroce con la parola perché al massimo “una poesia / si cancella, non si riscrive”. È già sufficiente leggere qualche verso ad apertura di pagina per comprendere che ci si trova di fronte ad una parola poetica fresca, immediata ed autentica, dove la materia biografica viene filtrata sì, arginata talvolta e quasi addomesticata dalle curatissime figure di suono che si dispiegano in questi versi nel loro fluido scorrere ed incresparsi di fronte agli strappi più audaci e violenti del cuore, preservando, tuttavia, quell’andamento ritmico semi-anapestico di racconto abbozzato che tiene per mano il lettore dall’inizio alla fine della silloge.

Se si vuole poi rintracciare, come da consuetudine dei più solerti critici, reminiscenze o debiti letterari con un occhio alla tradizione, si possono fare i nomi di voci alte del Novecento, in particolare D’Annunzio, scherzosamente citato in Fuori norma, e Caproni, di cui si ravvisa un’eco sorniona del Congedo di un viaggiatore cerimonioso negli inviti ripetuti agli amici di Mi cancello dalla mailing-list: (non voglio soffiare spuma di birra dal boccale / ascoltare voci aliene perché alieni siete diventati tutti, / [amici miei / o forse sono io ad aver lasciato il mondo della ragione / e delle sicurezze preferisco la confusione / galoppare alla ricerca del mio senno dissennato / tra parole e donne tra bicchieri e pagine tra campi di / grano imbiondito maturo come le occasioni da cogliere non / [ invitatemi più / ve lo chiedo implorando clemenza, pazienza farò ciò che / [volete). A ben vedere però tali suggestioni appaiono e scompaiono in un sussulto, perché la voce di Pezzato si interroga testarda, percorrendo sentieri propri che del linguaggio poetico di presunti padri conserva e disfa quanto basta per scansare i fronzoli d’accademia. Si dibatte l’anima e a tratti scalcia in questi versi, fino a toccare gli spasmi più netti nello Stato di morte apparente; tuttavia, alla fine, sembra riemergere inoppugnabile e malcelata tra le ombre inquiete del reale una nuova certezza dal gusto antico, che pare aver semplicemente cambiato veste:

La Bellezza non è svanita

non sta per svanire – non ancora –

ha cambiato vestito ci porge

le spalle per ora

non ha niente da dire, i fatti

parlano da soli.