di Stefano Raimondi

Sono qui per parlarvi del futuro in poesia, o meglio, della poesia “al futuro”: quella dell’avvenire, del “non ancora” e già le parole mi si confondono, perché si sa come ebbe a scrivere Martin Heidegger:

“Tutto ciò che accade scorre da un futuro sconfinato al passato irrecuperabile”(p. 45)

[da: Martin Heidegger, Il concetto di tempo]

E in questo trascorrere/trascrivere del tempo e della scrittura, le parole sembrano tramare, diventare traccia: “farsi” traccia – quella della loro provenienza, del loro passato. Ma da qui le parole passano come fossero “ATTESE”, come fossero brani di musica da ascoltare: successioni a venire. Scrive a tale proposito il grande architetto della poesia, Paul Valéry:

“ il poeta all’opera è un’attesa” (p. 42)

[da: Paul Valéry, La caccia magica]

La poesia porta proprio dentro di sé l’attesa – l’attesa dello svelamento, della comprensione e dell’intesa.

E in questo suo porsi in attesa, la parola poetica ci fa ASPETARE, trasformandoci in reali campi ricettivi.

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L’immagine “il poeta del futuro” è di Andrea Pagnacco