Cesare Viviani Infinita fine Einaudi, Milano, 2012 pp. 152 € 13,00

di Giorgio Linguaglossa

Oggi il poeta del nostro tempo deve scrivere senza una teoria della conoscenza, senza un sistema simbolico consolidato e senza una stabile pianta organica metafisica, senza un condiviso sistema iconologico. C’è metafisica fintantoché c’è e ci sarà fisica. Ma la questione dell’assottigliamento di ciò che per convenzione consideriamo «fisico», quel processo che in termini filosofici Heidegger ha definito «oblio dell’essere», è oggi diventato la cornice dell’esistentivo nel quotidiano. In una situazione in cui, paradossalmente, tutto è quotidiano, viene meno il quotidiano; così come in una situazione in cui tutto è esperienza linguistica, viene meno anche la possibilità che si dia un’esperienza linguistica in ambito del discorso poetico. Non c’è più una «filosofia della storia», così come non c’è più una «filosofia dell’arte». Con il tramonto del marxismo è venuto meno anche l’ultima esigenza del pensiero che pensa qualcosa d’altro fuori di se stesso. Quello che resta è un discorso sullo smottamento, sulla dissoluzione dell’Origine, del Fondamento, dissoluzione della Storia ridotta a narrazione tra altre narrazioni, dissoluzione della narrazione, dissoluzione della Ragione narrante, dissoluzione della razionalità in una situazione in cui tutto il reale è il reale linguistico.

È perfino ovvio che in questo quadro problematico anche il discorso poetico venga attinto dalla dissoluzione della propria legislazione interna. Quando si legge un libro di poesia è tutto un sistema di riferimento che occorre, di volta in volta, cambiare, sono i parametri concettuali che vanno rivisti: i concetti di «contemporaneità», «nuovo», «quotidiano», «oggetto», «soggetto» sono qualcosa che sfugge da tutte le parti, non sai se prenderli per la coda o per il collo. Ciò che è presente, ciò che sta di fronte, non riesci più a prenderlo che già è passato. Legata all’attimo, non appena la nominiamo, la «cosa» è già passata, svanita. È da questa condizione esistenziale che la poesia deve ripartire, e con essa fare i conti, certamente una condizione non modificabile, che non sta all’esperienza estetica modificare. Ricominciare a pensare in termini di discorso poetico significa quindi non altro che porre stabilmente l’esperienza estetica entro le coordinate di questa collocazione. Così, il discorso poetico di Viviani assume sembianze esopiane ed elusive, tende ad eludere più che ad illudere il lettore, vuole evitare il confronto con il lettore per non cadere esso stesso nella trappola del «visibile» e del «linguistico», di ciò che è immediatamente «riconoscibile». Ed è in questo scantonamento, in questa «infinita fine» che il discorso poetico di Viviani può trovare una sua collocazione (non più di senso) come di qualcosa che voglia sfuggire al senso e al non-senso, alla razionalità linguistica e alla razionalità purchessia come anche alla irrazionalità del linguistico.

Per Vattimo «si può dire probabilmente che l’esperienza post-moderna (e cioè, heideggerianamente, post-metafisica) della verità è un’esperienza estetica e retorica (…) riconoscere nell’esperienza estetica il modello dell’esperienza della verità significa anche accettare che questa ha a che fare con qualcosa di più che il puro e semplice senso comune, con dei “grumi” di senso più intensi dai quali soltanto può partire un discorso che non si limiti a duplicare l’esistente ma ritenga anche di poterlo criticare». 1

Possiamo allora affermare che la collocazione estetica della «verità» («la messa in opera della verità» di Heidegger) si trova al di fuori della «verità»; l’unica ubicazione possibile, il solo luogo abitabile entro il raggio dell’odierno orizzonte di pensiero se intendiamo questo concetto in senso post-moderno (e quindi post-metafisico), è al di fuori del concetto di «verità». In tale accezione il discorso poetico allestito da Cesare Viviani va per le vie di fuga, scantona per le vie traverse, si disperde nei rigagnoli del senso. Segue una propria strategia che è nel non avere più alcuna strategia del senso o del non-senso, gira a destra e poi a sinistra senza una propria strategia della direzione da prendere.

In tale accezione la definizione heideggeriana del nichilismo come «riduzione dell’essere al valore di scambio», è una via condivisibile anche per il tragitto intellettuale di una parte considerevole della cultura critica che proviene dalla «compiuta peccaminosità» del mondo delle merci del primo Lukacs fino al fenomeno odierno della de-realizzazione delle merci che scorrono, come una fantasmagoria, si volatilizzano all’interno del gigantesco emporium, del «valore di scambio» quale luogo della piena realizzazione dell’essere sociale: il percorso della «via inautentica» per accedere al Discorso poetico nei termini di cultura critica è qui una strada obbligata, lastricata di tutto ciò che è avvenuto nel tardo Novecento. Così, della «totalità infranta» restano una miriade di frammenti che migrano ed emigrano, rotolano verso l’esterno, verso la «infinita fine» della periferia. Ed è in questo «rotolare» che il Discorso poetico, nella accezione di esperienza estetica del post-moderno, trova una sia pur pallida e transitoria condizione di verità come quella costruzione che de-cementifica la molteplicità dei frammenti e li congloba in un conglomerato, li emulsiona in una gelatina stilistica, arrestandone, ma solo per un attimo, la dispersione verso l’esterno e l’interno, e la periferia.

La poesia moderna riparte da qui, dalla presa di coscienza della rottamazione delle grandi narrazioni. Infinita fine di Cesare Viviani riparte dal discorso interrotto e poi improvvisamente e inspiegabilmente ripreso come effetto di superficie, discorso di un allucinato che non crede nelle proprie allucinazioni. Che cos’è l’effetto di superficie? Qualcosa che, proprio perché effetto, non appartiene a ciò che è originario (l’Essenza, la Coscienza), e che, non situandosi né all’altezza dell’Origine, né nella profondità della Coscienza, si presenta come zattera di «superficie», gommone di galleggiamento, relitto linguistico che galleggia nel mare del linguaggio. Non inseguendo più il significato la poesia di Viviani scopre, a sua insaputa, il territorio linguistico di un’altra possibilità di significazione, si muove nell’ordine architettonico della possibilità. Essa accetta di avere a che fare con l’«effetto» (e con l’aleatorio) pur sapendo che esso non designa neanche più un segno o un sintomo o un crittogramma di qualcos’altro (quel qualcos’altro che ha contraddistinto la civiltà del simbolismo in Europa!); tantomeno bisogna intendere la stabilità del significato come qualcosa, appunto, di «stabile», ma come qualcosa di instabile, di modificabile. In luogo dello scambio simbolico la poesia di Viviani accetta di avere a che fare unicamente con lo scambio-monetario inteso come un intricato meccanismo che presiede alle deviazioni del senso. La poesia accetta la funzione servente della moneta per potersi muovere con scioltezza sulle zattere significazioniste delle superfici. Non più dunque scambio simbolico ma scambio monetario.

«Effetto di superficie» è, secondo Deleuze, sia il senso che il non-senso. Per Deleuze il senso non è una totalità organica perduta, o da edificarsi (come utopia) ma un evento, sempre individuato, singolare, costitutivamente in forma di frammento (in rovina), ed è il prodotto di una «assenza» costituita (non originaria) auto-dislocantesi. È sempre una assenza di Fondamento che produce il senso, ed è futile stare oggi a registrare con malinconia la fine dei Fondamenti o la fine del Fondamento dell’«io» come fa la poesia a pendio elegiaco o la poesia che si aggrappa agli «oggetti» come un naufrago al salvagente, per il semplice fatto che non c’è alcun salvagente a portata dello «Spirito», non c’è nessuna «utopia» che ci riscatti dal «quotidiano» o dal viaggio turistico della odierna poesia da turismo elegiaco che si fa in camera da letto o in camera da pranzo, tra un caffé, un aperitivo e un chinotto, o in un improbabile bosco con tanto di margherite e vasi di araucarie ben accuditi.

La quasi assenza, la quasi presenza, il frammento, il quasi frammento, l’interruzione, la deviazione, la falsa pista, la falsa singolarità scissa e alienata sono non le cause dell’estinguersi del senso, ma, al contrario, del suo sorgere. Il non-senso è mancanza di significato? Il dramma di una coscienza infelice? O l’allegria di una coscienza felice? Forse sì, forse no. Oggi anche la «coscienza infelice» è una questione di superficie (una utopia di superficie), direi, più precisamente, una questione di «posizione» dell’«io»; come anche la psicanalisi è diventata una questione di «superficie». Tutto il mondo è diventato una grande superficie auto riflettentesi, e la poesia non può sfuggire a questa problematica. La poesia di Viviani si auto riflette e parla di se stessa. Non c’è più un paesaggio di rovine che si estende di fronte alla finestra con vista del soggetto, perché oggi anche la poesia da topografia, da turismo di esperienze de-naturate e de-esistenziate o da agriturismo lirico, si affida scaltramente agli «effetti di superficie», agli affetti di montaggio; anche la poesia turistica e da agriturismo parla della frammentazione delle grandi narrazioni, parla dell’effetto di deriva, dell’effetto di superficie, come anche della scomparsa del pathos dell’autenticità ma lo fa chiamando in causa la propria riconoscibilità, mettendosi il vestito ordinario del quotidiano e guardandosi allo specchio; il quasi-senso è oggi sempre più diffuso nella migliore e nella peggiore poesia contemporanea, e lo si trova in mezzo ai rottami del senso; l’autentico vibra e brilla in mezzo ai rottami e alle macerie dell’inautentico, non è dissimile da quest’ultimo né per natura né per fondamento; è anch’esso effetto di superficie; non è un caso che il discorso interrotto e il quasi frammento, la quasi ripresa costituiscano la spina dorsale della poesia del tardo Viviani. Ma ciò che distingue la poesia di Viviani rispetto ad altre di minore rigore concettuale direi che è la sua definitiva irriconoscibilità, la sua presa di congedo dalla riconoscibilità delle esperienze turistiche, la sua indirezionalità, la sua non utilizzabilità.

Ha avuto il coraggio di sporgersi dal trono

il monarca,

di sporgersi da un lato

tanto da assumere

una posizione ridicola, non so

se lo faceva per scoprire qualcosa

sulla fascia esterna del trono

o perché si era stancato del cerimoniale.

Poi nella festa parlarono tutti, nessuno taceva,

parlavano, parlavano,

parlavano anche

del percorso di torrenti e fiumi,

dai monti al mare.

Intanto bevevano, bevevano,

alcuni fino a stordirsi.

*

Finché l’altro è presente

non sappiamo cosa siamo.

Cominciamo a saperlo

quando l’altro scompare.

*

A chiederci chi siamo, l’identità,

eravamo

quell’esitazione, quel tremore,

e nient’altro che quello.

Per poter vivere,

per riuscire a sopravvivere,

ci vogliono frequenti fughe.

O sentirsi avvolti dalla natura,

l’abbraccio perenne dell’aria

e delle cose visibili,

sempre pronte a farsi prossime.

*

Si scoprisse poi che solo pochissimi,

rarissimi hanno

una vita ultraterrena,

e tutti gli altri niente.

E quelli come sono riusciti ad averla?

Giani Vattimo La fine della modernità Garzanti, Milano, 1985