articolo comparso in Le voci della luna, marzo 2012, a firma di Antonella Bukovaz

In Il peso di pianura, ultima raccolta di Nadia Agustoni cerco subito un’ancora, per camminarci sul fondo. Qualcosa di famigliare che mi porti subito dentro. Un boccaglio per l’immersione. Trovo nomi di betulle il bene e poi il salto mortale della lingua/quel bisogno di scalare il buio e uomini-foreste si impigliano ai nomi. Mi sento subito a casa. Prima ancora di cercare di capire, cerco appigli per il mio sentire. Cerco un respiro per la lettura e l’anarchia degli a capo di Nadia scardina subito l’abitudine del mio ritmo consueto. Questa difficoltà compone nuova presenza, concretizza nel corpo la necessità di prendersi nuove responsabilità. L’attenzione al ritmo che chiede Nadia è coerente a ciò che ci dice la sua poesia. Stare nello sforzo della presenza a se stessi per non essere solo testimoni. Credere nell’arte come antidoto all’evasione irresponsabile. Costruire un atto di solidarietà e di forza che ci tenga davanti alle cose. Presenti. “La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino” (Paul Celan).

Lo dice chiaramente Nadia quanto sia importante l’intenzione, il dolore è questo: è errore nelle parole.

Dalla polvere della prima poesia al bianco dell’ultima Nadia fa un lavoro di agemina tramite il verso, apre spazi negli spazi con una forza incomunicabile, se non attraverso la lettura, l’attesa e la rilettura della sua poesia. Poesia come “segnalazione di una possibilità decente di vita, di una possibilità di bellezza che rende la vita migliore” riprendendo Andrea Zanzotto dal suo Il nido natale.

Nell’attraversare il paesaggio del nord Italia, Nadia non si smarrisce mai, guidata dalla sua pur rischiosa operazione sul linguaggio. In questa ricerca condensa quella bellezza che porta dentro di se il proprio peso, il peso del sangue e della devastazione che fa sprofondare la terra. Rinuncia agli articoli, lascia i nomi da soli, come relitti, per dare forza alla loro essenza. E in cambio le parole illuminano le ombre del suo cammino nell’Ade. Concentra e infila immagini una dietro l’altra a comporre la materia incarnata, il mondo fuori dal mondo. E in cambio le immagini riconducono alla sua via dei prati. Diventa così estremamente evidente il nesso profondo che lega l’essere con il sacro e con la traccia degli dei fuggiti. Trattando le parole come le tratta, fa in modo che acquisiscano il loro vero significato e la loro più imponente funzione. Liberarsi dall’essere proprietà del poeta e incarnare il nulla alle nostre spalle.

E qui entriamo nelle sue ossessioni Il bianco, il nero, la morte, i campi di concentramento, il tempo. E tutto diventa preghiera, via verso il mistero. Ossessioni che incarnano il suo stare sulla soglia dell’aldilà, sono il suo procedere di cui lei ha lucidissima consapevolezza e ogni impresa / è un nuovo inizio, un’incursione nel vago. La luce acceca ma è anche direzione verso l’eterno. Anche il buio acceca e anch’esso è, quindi, via verso l’eterno.

Forse meglio che “via” potrei dire sentiero, come i sentieri interrotti di Heidegger. Non ci proponiamo una meta definitiva, un tragitto regolare. Ci aspettano continui sviamenti, continui cambi di direzione, continue revisioni di ciò che crediamo essere il mondo, il dubbio dei nomi ci accompagna.