Una più consapevole maturità di invenzione-composizione, fiorente di metafore e percorsa da una musicalità armoniosamente bilanciata tra passato e presente, è tra le caratteristiche peculiari della nuova silloge di Pierino Gallo, poeta e francesista di vaglia, in particolare esperto dello scrittore, letterato e politico bretone François-René de Chateaubriand.

Si tratta di L’abbecedario di Verlaine (LietoColle 2012, Premessa di G. Diano) che fa seguito a due pregevoli raccolte, rispettivamente intitolate Attese (Orizzonti Meridionali 2006) e Geometrie dell’inganno (Aljon Editrice 2008).

Dominate dalle possenti immagini di Eros e Thanatos, dall’inconciliabile quanto avvincente contrasto tra Dèi Superi e Inferi, dalla lotta perenne tra Purezza e Contaminazione, non di rado ispirate a motivi e figure della mitologia classica, ma anche, pur rivisitata, alla pagina biblica («Le Giuditte formose / e le donne vogliose / di Arthur / o Paul», p. 90) o coranica («Bacia ancora i miei occhi / Israfel, / – è lì la luce vera / del tuo eterno / portarmi / con te», p. 93), le poesie di Gallo sono spesso segnate da una cifra stilistica elegiaca e pensosa, mai piattamente dichiarativa ma neppure persa in vacue astrattezze. La forza espressiva, sapientemente trattenuta e limata, si manifesta con emozione e, al tempo stesso, con raffinata essenzialità stilistica, alimentando una visione introspettiva che rimane tuttavia lontana dalla intransitività del poeta orfico visionario, orgoglioso se non pago di accedere a esperienze fuggevoli e arcane, solamente a lui accessibili.

A dispetto di ciò, inquietanti presenze demoniache abitano qui e là il volume – in linea, del resto, con gli interessi critici dell’autore calabrese. Penso in particolare alla spiazzante lirica di p. 23: «Dal cespuglio villoso / di Sàtan / o dal grembo straziato / di Morte / e Peccato // è un orizzonte / slacciato. // Pupille affamate / mi consumano / il vanto / di sentirmi un / Adamo. // Con due rime abusate / ho tranciato / il mio liuto. // Nella nostra risacca, / sono schiuma / e deserto. / Sono sabbia / ed incerto / sciorinare // d’attesa». Ovvero al fumineo brano di p. 30: «Sefiroth / dalla luna / Astaroth / vi raduna / i suoi demoni. // Ferite / scompaiono / dalla pelle / e riappaiono / al cuore». Oppure, ancora, penso all’explicit di p. 37: «Tra il Bene e il Male, / luciferiano e angelico / mi avvalgo / del truce vizio / di tenerti / al mondo».

Una capacità di comunicazione forte e fragile insieme è, come si vede, cifra della scrittura poematica di P. Gallo, al tempo stesso densissima e lieve.

Ma c’è pure, palpabile sullo sfondo (e non solo), l’influenza autorevole, non esclusivamente artistica bensì profondamente umana, degli scrittori francesi – anzi tutto di Paul Verlaine, non per caso presente nel titolo e con confidenziale reverenza citato in epigrafe.

E tuttavia, come annota Giada Diano, «se in queste pagine la poesia dei simbolisti francesi, da Arthur Rimbaud a Stéphane Mallarmé, è una sottoscrittura pervasiva che emerge più o meno chiaramente, i versi sono prima di tutto l’abbecedario di Pierino Gallo, del suo mondo interiore e della sua soggettività, una soggettività che, pur filtrata attraverso le immagini e la “lezione” dei maudits, emerge genuina, appassionata, sincera. Essa rappresenta il vero fil rouge della raccolta; è originaria perché diventa il veicolo di sentimenti “primari” e della loro lotta senza tempo: l’amore, il distacco, la colpa, la tensione verso l’alto, l’immersione nel mondo dei sensi. L’autore aderisce all’hic et nunc della vita soggettiva, rendendo la propria coscienza esistenziale il perno attorno a cui muove la sua estetica», mentre, in parallelo, l’«identificazione con il poeta delle Romanze senza parole gli consente di rendere universale il vissuto autobiografico, di conferire valore di verità all’esperienza privata … Egli riesce a “trascinarci” dentro la sua dimensione poetica nella formulazione di un abbecedario esistenziale comune e condiviso, coinvolgendoci in una sinestesia dei sensi che annulla ogni distanza e difficoltà. Siamo, assieme a lui, a un passo dall’Inferno, ma la poesia, più potente di qualsiasi altro Verbo, redime ogni colpa, salvandolo (e salvandoci) attraverso la speranza del sogno».