La poesia di Pierino Gallo trasfigura il reale impossibile inabissandolo all’interno di un nuovo tempo-spazio. Il lettore vi attraversa una luce lattescente che sfiora il sacro. Si esce dalle pagine della sua nuova silloge quasi straniti da un folle tempo che schizza dall’ottocento di Verlaine e Rimbaud alla Grecia di Socrate e Platone, dai tempi biblici fino ai giorni nostri…in un secolo che “avrà lasciato al fondo del bicchiere un triste sedimento nauseabondo”, scrive Gallo. Tutto questo straniamento cerca una via d’uscita nella fusione con gli elementi naturali, ritmata dalla ritualità dei corpi. Qui, l’eros danzante disegna traiettorie cosmiche alla ricerca di un’armonia.

Ne L’abbecedario di Verlaine, i simboli dei poeti maledetti non sono altro che veli dell’indicibile. Il nodo di silenzio che avvolge la parola, a tratti si scioglie, liberando toni sottilissimi e disperanti, oppure cedendo a lucide fughe di senso alla ricerca di nuove soluzioni e nuove vie. I versi si sentono come la partitura di una danza, nella quale i corpi anelano nuovi equilibri, e la carne non è che una via verso la bellezza della vita. E, difatti, scrive Pierino Gallo “Morire/ormai/non mi appartiene”; l’amore significa anche assenza di morte, da a- mors, ed è quindi vita, si situa al di qua della vita: nel caos in cui il cosmo danzante si ricrea rifondando continuamente l’armonia. Gli amanti sono “gettati/all’altrove,/e all’altrove/avvinghiati/nel cosmo danzante. In/da questo “altrove”, che è il nulla senza spazio e senza tempo, avviene l’ex-istere.

Nel suo vortice avviene la vita. Afferma a tal proposito Hegel: «negli amanti non vi è materia, essi sono un tutto vivente… ». L’intera realtà nella poesia di Pierino Gallo appare stranita da una luce atemporale e quasi priva di materia: “Afferravo/le code azzurre/di fumo/esalate dal globo./Gettato/un’altra volta/tra le stelle.” L’eros cerca il suo compimento nello spazio celeste in cui tutto si muove, si fonde e si genera: «Eros porta a partorire nel bello non solo il corpo, ma anche l’anima», dice Diotima di Mantinea nel Simposio di Platone. La poesia di questo giovane autore è tutta percorsa da una certa delicatezza, quasi da un sentimento di pudore che esalta i silenzi e dilata la purezza del bianco sulla pagina. Si avverte molto spesso una tensione che sembra paralizzi il discorso poetico, tanto è proteso alla ricerca della vera bellezza: “E’ piena/del tuo folle genio/d’aria e di sale/il roteante margine/di stelle che ci avvolge.”

Comasia Aquaro

pubblicata sulla Rivista “Capoverso”, n 23, gennaio-giugno 2012