C’è da sempre nel linguaggio di Manuela Bellodi un universo che accoglie – più di ogni altro – l’ “umanità” della parola: di quel “verbo” venuto all’inizio, che si colora, poi, di gioia e di lacrime e ingloba in sé una miriade di significati. E la “natura”, venuta dopo, che è madre di ogni sviluppo, si trasferisce via, via nel cuore e nella parola degli uomini, affinché vedano, sentano, e comprendano l’unità di un Tutto, da cui attingere la consapevolezza degli opposti: dal grande al piccolo, dal perfetto all’imperfetto. Dal bene al male. Un concetto, questo, e un riscontro che Manuela Bellodi ha da sempre avvertito e fatto proprio nelle sue raccolte poetiche, con quella sua personalissima grazia e delicatezza, soffuse di una sottile e piacevole ironia, riscontrabile, peraltro, nelle vicende umane che la contraddistinguono.

Non dimentichi noi – tuttora – di quel suo “Albicocche per i miei ospiti”, edizioni Lietocolle 2006, di cui a, suo tempo, scrivemmo della bellezza avvolgente di quei versi che lei, nelle sue note, definì “i frutti della terra”, coloro che come tali nascono, maturano e daranno nutrimento a chi li coglie per sé e per gli altri. Ebbene, sfogliando e leggendo il suo ultimo omaggio alla natura – “L’arco di rose” – non riusciamo a non emozionarci di nuovo. A non commuoverci nel riappropriarci, nel corso della lettura, di quello sguardo innocente, che forse avevamo smarrito, dinanzi a una “rosa” osservata in una qualsiasi delle stagioni della sua vita, come se queste ultime fossero il tenero e profondo specchio delle stagioni della nostra esistenza.

Visioni brevi, le sue, dense di intuizioni poetiche, la cui originalissima forma, estremamente concentrata e ritmata, evoca un’intera visione del mondo. “Perdonatemi, se mi concederò il lusso tuttavia, / di cantare: la rosa, il roseto ed il Rosario…”. Tre vocaboli che nella loro estensione contengono l’essenza filosofica e spirituale dell’esistenza. C’è una solitudine in ogni uomo, così come c’è una solitudine in ogni rosa, poiché entrambi hanno in serbo una poesia nascosta, un giardino attorno a cui offrirsi per essere a loro volta osservati e ascoltati. L’autrice rincorre – con l’aiuto a volte di una rima cantabile – questa reciproca compenetrazione tra mondo umano (personale e no) e mondo naturale, così che il lettore respira a tutto campo il profumo dei petali e delle spine , le memorie felici dell’infanzia e le successive prove della vita.

Noi, nel “vivere” insieme questi versi: “Dopo il temporale vagano i pensieri/ del giaggiolo e della rosa /dove avevano radici ben piantate fino a ieri,/è rimasta poca cosa./Come noi fioriti insieme per caso,/…/ma se l’ape ingorda ed incurante/ronzando si posa/ sopra il suo cuore bagnato e fragrante,/ non si disperde col vento, la rosa” …non possiamo gioiosamente e concordemente non affermare che la poesia c’è, c’è da sempre, si trova dentro e dietro alle cose e solo l capacità di “ascolto” e l’inesausta ricerca espressiva del poeta può dare sempre altro “volto” alla sua “voce”, per contrastare, se non vincere, il terrore e il nulla che “l’improvviso silenzio delle sirene2 novellamente suscita. Oggi più che mai.

Emanuela Bellodi, ancora una volta, vive in simbiosi con la poesia, dentro il cuore di una società depressa, che ha perduto quella autenticità che deve presiedere alla propria epoca. I suoi versi non negano mai, bensì affermano il costante confronto con l’esistente storico-umano, che ha sempre e comunque il volto infinito dell’Universo.

Silvio Bordoni