UNA ROSA E UN VERME, NELLA ROSA

Per Anna Maria Farabbi

Per il midollo del tuo cranio che esercita passioni

senza custodirle io parlo.

Amelia Rosselli, Variazioni belliche

Cara Anna Maria,

mi chiedi di ricordare una persona, una poesia, un gesto stesso arti­stico – che mi abbia insomma turbato, meravigliato, inquietato ma anche salvato (come dice un tuo verso) con la gola al buio

L’elenco, com’è ovvio, scorre come un fiume stesso esistenziale assai lungo, va­riatamente inquieto e inquietante, pittoresco di anse e solitudini, fango, sassi o ninfèe, radiosità e tetraggini, panorami pubblici o interiori… Ma di primo acchito l’impatto più strenuo e misterico, più affranto e sibillino, resta senz’altro quello con la mia povera e cara amica Amelia Rosselli – poetessa fra le maggiori, se non la maggiore, di tutto il nostro ‘900. Ma attenzione: non voglio ora minimamente sco­modare diatribe o acquisizioni storico-critiche, dibattere, indagare sublimi certezze o scomodi dilemmi novecenteschi! Credo d’aver già fatto la mia parte col vastissimo saggio antologico di Melodie della Terra (1998 e 2002, due edizioni), e in ogni caso tornerò sul precipuo tema degli esiti lirici, del bilancio epocale, in altre future e sempre accese occasioni. Quel grosso libro era pregno e innamorato di destini cre­aturali, di opere in versi – ma nessun caso certo come quello di Amelia Rosselli ha poi ulteriormente raddoppiato lo studio letterario in concreto bilancio d’amicizia, turbamento stesso esistenziale.

Era, è una grande poetessa, Amelia Rosselli. Passo anzi al tempo verbale presen­te perché mi ostino a considerarla sempre viva e in atto – perfino in progress – come l’arte vera e potente dei grandi artefici. Già la conoscevo di persona, in multifor­me àmbito romano, ma ebbi ancor meglio la fortuna di frequentarla in occasione della ristampa, a mia cura, delle Variazioni belliche, il suo primo gran libro edito nel 1964, che rieditammo nel 1995 presso i tipi della Fondazione Piazzolla, nel­la ormai mitica collana “Poesia Europea Vivente” diretta da Giacinto Spagnoletti. Giacinto, che la conosceva da più tempo e aveva approntato per Garzanti nell’87 una preziosa “Antologia poetica”, mi aveva già introdotto e instradato al suo mondo sulfureo, lampeggiante, acerrimo e sdivinante – ma mai avrei potuto immaginare un’anima così tenera e combusta assieme, contorta e buffa, a tratti perfino bizzarra, eppure malata, tarata, letteralmente schiacciata dall’oltraggio ignobile della Grande Storia… leggi qui il resto dell’articolo