Rita Filomeni, Scardinare l’acqua, LietoColle 2011, 96 pag. 13 euro

articolo in pubblicazione sulla rivista Il Monte Analogo n°15/16

Il titolo del libro e l’immagine grafica che lo illustra (la copertina è opera dell’autrice) obbligano il lettore a una domanda sulle ragioni di questa raccolta poetica d’esordio costituita da sessantuno composizioni tutte ingabbiate in una medesima griglia, una sorta di sonetto scorciato, costituito da undici versi arieggianti all’endecasillabo, con rime varie e anche rime-al-mezzo; il primo e l’ultimo verso messi a chiudere tre terzine al centro; con titoli in minuscolo preceduti da un punto. L’uniformità della struttura del libro rinfocola la domanda: che cosa si vuole scardinare? Evidentemente non c’è risposta scientifica. La formula chimica dell’acqua, quell’H2O, che ogni bravo studente conosce, non si può scardinare. La freccia del paradosso colpisce naturalmente altro. Indica la volontà di Rita Filomeni a dichiararsi fuori dai canoni – di forma e contenuto – che agitano le esperienze della poesia contemporanea.

Sfogliando il libro la prima impressione è che queste poesie siano da ricondurre nell’alveo della poesia dialettale. Il toscano, madrelingua dell’italiano, è qui visitato nelle sue forme schiette (forme insieme colte e popolari di una tradizione plurisecolare). La sintassi corre raso terra, imita il parlato (dire pane al pane, vino al vino) con ricchezza di anocoluti, di dislocazioni semantiche: con scorciamenti o elisioni, anche graficamente molto esibite, che riflettono le inflessioni tipiche dell’eloquio tosco (lingua toscana… in bocca toscana). Per es.: «‘l» per il, «i» per io, «‘nvece» per invece, «‘n» per in, «mentr’al» per mentre al, etc. Caratteristica è anche la predilezione per alcune forme verbali che denotano una certa capacità inventiva ed estrosa tipica di quella terra: «incucciare», «aggomitare», «sbriciare», «chiocciare», «insiemare», «ammalorare», «incielare», «insecchire», «strabuzzare», «inschiumare», «inspugnare»; oppure attraverso modi proverbiali del dire come «dar la cera al letame» (nel senso di abbellire o nascondere il brutto), o similitudini quali «pugno a vermi ’n testa, ho di pensieri»; «poesia è cena a pan e acqua, / è spostare pietre trattenendo l’ fiato»; o, per un prelievo più esteso, questi versi quasi a ricalco della celebre invettiva “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”: «puttana ‘n giarrettiera è nostra italia / seggiola, che si regge su due gambe, / ferro a cavallo, come andato a male // ben ci scampa chi la prigione scampa / per ché giustizia è onda córta e tòrta / candela, che muore nel suo alimento» (p. 35).

Nel solco della tradizione toscana, appunto, la Filomeni sa riversare su chi legge o meglio su chi ascolta (i suoi versi ‘prendono’ meglio nell’oralità), una lava incandescente antilirica e sarcastica, modernamente attrezzata, diciamo pure antipetrarchesca di cui traboccano i suoi stampi metrici: sarcasmo, collera, sfottò, frecciate ad personam, ritratti sghembi e l’amarezza per come vanno le cose di ’sto mondo. Ed è soprattutto il Dante dell’Inferno che, suo maestro e guida, la sorregge, là dove vengono bollati, girone per girone, i delitti e le malefatte del malgoverno, i vizi pubblici e privati di personaggi di primo piano di quel tempo, e qui per trapasso nella farsa del marciume politico nostro. Dante però – lo diciamo sommessamente – non è soltanto quello che scende nell’imbuto delle Malebolge, egli è misericordioso nel Purgatorio e visionariamente teologico nella luce del Paradiso. Nell’itinerario morale della Commedia – già a partire dalla prima Cantica – non mancano passaggi di alta commozione e tenerezza, scorci bellissimi di paesaggio, e quel sentimento struggente della lontananza che è il pedale di fondo del viaggio ultraterreno.

Si noti anche che la nota dominante di “Scardinare l’acqua” è apparsa già segnata o presagita in La dritta dantesca” (Grafiche Borgo, Sansepolcro AR – LietoColle 2008) che è volume a tesi, a cura di Rita Filomeni, con apporti di Amedeo Anelli e Guido Oldani.

Che cosa possiamo aspettarci dunque dopo questo primo libro problematico e spigoloso fin dal titolo?… Non è una domanda retorica. In un’epoca perversa come la nostra, segnata dalla non misura con cui si è imparato a guardare e misurare le cose (sono parole dell’autrice), l’attesa è vigile. Lavorare con ago e filo poetico alla ricostruzione uncinata di un’archeologia del presente, non è facile. Lasciamo tempo al tempo, dicevano i nostri avi. Intanto consegnerei al lettore paziente due spunti per un mezzo sorriso. Il primo da “la caffettiera” (p. 20) che «ha le forme dello stellato orione, / la cintura, stretta ‘n vita, cui avvita / ’na gonna dal plissé un po’ cubista / che come guardi ogni lato è uguale // d’una pipa il becco, suo, fa ’l fumo / che sveglia anch’i tarli da i cassetti, / dell’avo su al quadro alletta ‘l naso». Il secondo da “notte stellata” (p. 79) per riveder le stelle «col trapano stando attento ai pianeti / fa buchi iddio, è per appenderci stelle / che versa a lo stampo qual cioccolata / ‘n suo charlot sottopagato ex tuta blu».