Siamo di Maggio e mancano le parole
se io guardo nel cielo,
che mi disegna un’ombra di temuti
presagi, ed appare nell’aria
solo un cupo svariare d’uccelli,
che ritornano al nido
senza garrire
e senza un alito di gioia.
E pure s’apre il mattino senza sole
e come all’imbrunire
pare tutto svanire
in un crepuscolo di noia.
La mia pena è sottile e si diffonde
per le strade del mondo
e del mio borgo, che muore
stranito in questa aurora,
che non fa sconti al mio cuore
e lo consuma
nei colori sbiaditi dalla bruma.
E tutto il resto tace,
solo riappare una ferale angoscia,
erede della notte,
che s’accresce e m’assale
piano, fino a che scorra il giorno.