Stellezze può essere visto come titolo, o più incisivamente come transfert poetico dove Paola Febbraro entra con tutta se stessa in un prodigioso diario in prosa e in versi. Lei è dentro, dentro con tutta la sua natura umana e sensitiva, come se si fosse costituita in essenza attraversando ogni sola parola firmata. Lo dice lo stesso neologismo prestato al titolo e tratto dall’ultimo verso-parola della poesia: Febbraio 1999. C’è bisogno di una pioggia magica a Piazza Maggiore/ a Bologna, una cascata di fiammelle. C’è bisogno di prodigi/ a Bologna/ hanno bisogno di sentirsi fulminati dalla loro individualità,/ dalle stellezze.

Infatti “Stellezze” sembra essere una crasi tra stelle e bellezze, perché, come dice Anna Maria Farabbi, l’essenza dell’autrice si trova davanti ad una “interità di creatura immersa nella poesia”. Lo testimonia la stessa poetessa quando in un breve stralcio di prosa dice: Sto pensando alla differenza tra un poeta che “canta” e un poeta che scrive. Nel senso che all’origine non c’è solo il “cantore” ma anche la figura della scriba.

Se uno non può fare a meno dell’altro, ecco che poesia e scrittura diventano natura poetica, equilibrio di forze che reggono il difficile rapporto del “poiein”. Solo allora il pensiero può diventare un Rigo capace di diventare un universo descrittivo che va oltre il pensiero ed approdare ad una intuizione contenutivamente immensa. E’ il miracolo. Ecco che la lettura dei versi diventano struttura anticipatrice di qualcosa in divenire che coinvolge sempre il lettore con un senso di composta inquietudine, per me predittiva di un male ombra compagno di gioco che porta sempre a qualcosa di caldo, umido e profumato come è il sottobosco dei ricordi d’infanzia. E’ proprio quando le ultime pagine diventano metafora di una vita che volge alla fine che Paola Febbraro pensa al paradiso e annuncia: Il paradiso è dove nessuno chiede chi sei e cosa fai./ Si sa e si fa altro insieme./Il paradiso è dove le domande sul tuo conto sono/ a forma di lamponi e fragole di bosco.