Questa raccolta di liriche della esordiente Maria Grazia Palazzo ha una tematica libera, l’autrice predilige la poesia d’occasione. Il libro stilisticamente omogeneo, ci consegna la fisionomia di un poeta impegnato in una operazione che oserei definire di «restaurazione» lirica. S’intende che qui il termine «restaurazione» non equivale a operazione di retroguardia, o operazione attardata in direzioni già esperite e quindi concluse ma si vuole intendere una direzione, una declinazione come infatti il titolo stesso lascia intendere; infatti l’etimologia del termine «Azimuth» indica direzione, via, orientamento, come bene dice Walter Vergallo che firma la prefazione del libro.

Possiamo affermare che la storia della lirica moderna è stata una storia contraddittoria e contaminata da influenze extraliriche ed extraestetiche. Sulla lirica del Novecento grava infatti una pesantissima ipoteca: quella di essersi lasciata cullare dalla idea che fosse possibile fare una lirica pura senza lasciarsi intimorire dal sospetto che non fosse più possibile una lirica dopo l’età della lirica. Così, per quei sopravvenuti equivoci che nella cultura italiana del secondo Novecento hanno avuto largo seguito, quelle posizioni che teorizzavano una antilirica, ovvero, una lirica contro (senza speculare sulla intima antinomia di una lirica che si muova contro qualcosa o contro qualcuno) ha avuto come contro effetto quello di favorire il ritorno di una lirica intonsa. Maria Grazia Palazzo è una autrice di ampia conoscenza della poesia europea, da Rilke a Trakl, passando per Simone Weil e lo studio della poesia ermetica italiana, lo si evince da alcune inflessioni soteriologiche e misteriche sparse qua e là. È una poesia che contiene il precipitato, in chiave minore, della lirica ermetica europea. La Palazzo tenta una rivitalizzazione della linea orfica del Novecento italiano che si presenta come un alveo laterale e marginale della cultura novecentesca. Sia la figuralità che le atmosfere delle composizioni risultano fuse in un universo monotonale e monodico, la dizione, semplice e chiara, è stata sottoposta ad un lavoro assiduo di disboscamento, e così il lessico ne risulta essenzializzato e circoscritto ad un numero molto limitato di parole che rilevano un «mondo» circoscritto, finito, separato da tutto il resto. Direi che ai fini della resa estetica di un testo di poesia non è importante la quantità di mondo che vi penetra quanto la qualità lessicale e stilistica in cui quel piccolo mondo viene a transvalutarsi, è rilevante la qualità linguistica del mondo che viene ad abitare in una poesia. Questo è il punto esteticamente determinante.

Analogamente, le metafore e le immagini sono di tipo conservativo, tradizionale, intendono alludere e illudere il lettore, vogliono sedurlo, ammaliarlo, esse non sono altro che il risultato di quel precipitato stilistico che conduce le parole ad una sorta di bizzarra elegiaca diplopia.

Tutta incentrata su una spartana monarchia dell’io lirico, questa poesia non conosce altro demanio che l’ossessione del tranquillo ritorno dell’oblio. La Palazzo tiene ben fermo in mente il concetto di una «parola poetica» normale, tranquilla, che ci consegna un pallido incarnato di quella «parola» che una cultura recentissima aveva giudicata impossibile e impronunciabile. Ma, si sa, i tempi cambiano e cambiano le sensibilità.