Dalla Sicilia al Trentino, una tradizione secolare che rischia di essere cancellata dalla globalizzazione

«Poi mi sono espressa in dialetto perché è nel mio Dna, lo trovo più immediato, più efficace, più colorito della lingua italiana. I giovani quasi lo ignorano, italianizzano i vocaboli e quel magma incandescente, quell’humus naturale nel corso degli anni si dissolve, fino a diventare italiano impuro. Dentro il dialetto vibra il sentimento di chi parla, si trasfigura e si ricrea la materia linguistica, arricchendola di una nota personale. L’approfondimento di questa materia nelle scuole condurrebbe il ragazzo all’apprendimento della lingua nazionale, ci sarebbe così un ritorno d’amore verso la grande patria, attraverso il culto della piccola patria natale».

Certo le cose sono un po’ cambiate con la globalizzazione e con l’avvento del puzzle europeo, ma forse nessuno è riuscito a dare una definizione più interessante di questa sull’uso e lo studio delle lingue dialettali dei vari territori come ha fatto Assunta Finiguerra, una delle voci più alte della poesia dialettale contemporanea (in questo caso nella lingua lucana di San Fele).
Indubbiamente il poetare più difficile in questi ultimi tre decenni è stato proprio quello in dialetto, lingua esposta al ludibrio universale o all’esaltazione più goliardica e deprimente. Ma c’è una schiera di poeti che riesce a evitare le opposte forche caudine per darci versi ricchi di contenuti e suoni.

Tanto più in un’epoca che sembra aver cancellato ogni vivacità linguistica che non sia quella più becera e banale del linguaggio del consumo. E proprio nel nome e in onore di Assunta Finiguerra, scomparsa nel 2009, le edizioni LietoColle hanno dato alle stampe Guardando per terra – Voci della poesia contemporanea in dialetto, antologia con Cd audio, a cura di Piero Marelli (pp. 280, euro 18). Un volume che si legge col piacere di scoprire e confrontare tante cose, a partire dal «passaggio nell’oblio, verso la memoria ricostituita» del goriziano Ivan Crico che per questo cita Jaubès, per passare alla perugina discesa nell’eros di Anna Maria Farabbi («scendo quotidianamente dalla lingua italiana cadendo linguisticamente per terra»)

dal senso concreto delle cose del veneto Renzo Favaron al dialetto veneto-trevigiano di Fabio Franzin che rivendica al suo linguaggio la capacità di arrivare fino al nucleo più profondo della verità poetica. Per proseguire col romagnolo di Francesco Gabellini che cala nella sua poesia contenuti che sfuggono all’imbarbarimento mediatico delle lingue più ufficiali, col pugliese Vincenzo Mastropirro che arriva alla poesia nella lingua della sua città (Ruvo di Puglia) partendo dalla musica e scoprendo «quante cose la mia lingua mi fa dire in pochi versi».

E poi il dialetto bergamasco di Maurizio Noris rivisitato e scoperto alla luce del «Libera nos a Malo» di Meneghello, al calabrese così carnale di Alfredo Panetta, alla scoperta dell’arcaico del dialetto altomilanese di Edoardo Zuccato.
Insomma nove voci che hanno la forza, forse disperata, di provare a salvare, con la piacevole sorpresa di autori che si lasciano alle spalle la trappola autocompiacente delle dolcezze e dei ricordi, non solo la loro lingua ma un mondo che continua a covare e vivere sotto la cenere.

di Michele Fumagallo, da Il Manifesto – 20 settembre