La parola nell’arte poetica come testimone circolare del divenire

Le stesse parole di Antonella Palermo mi fanno pensare ad una raccolta luminosa di poesie che collegano, attraverso un felicissimo tranfert artistico, poesia e arte barocca. Non faccio naturalmente riferimento al genere letterario, ma al metodo sottile e flessuoso di utilizzare le parole come volute di marmo che ruotano, con un moto circolare, attorno ad un punto centrale, fulcro dell’azione poetica. Sono Le stesse parole che avvolgono, liberano il pensiero e lo portano dove, un vento di magnitudine forte lo nomina testimone della realtà. In queste liriche si assiste come in un gioco di giostre alla circolarità dell’azione; è una circolarità che, tenendo ben salda la centralità della persona, conduce all’interno di una realtà-verità che non ha nulla della razionalità cartesiana, ma che conserva delle corrispondenze geometriche precise, capaci di contemplare l’eterno ritorno o, se vogliamo, l’eterno presente senza entrare in collisione di rotta con lo spazio di azione. Un solo esempio paradigmatico offerto dall’autrice, ci testimonia l’intento. La prima poesia e l’ultima chiudono con la stesa parola: Natale. Non è un caso che in una ciclicità geometrica che si rispetti, si trovino come chiavi di lettura le stesse parole. Sono parole che attraversano quella spiralità dominio della vita e della morte. Ciò è permesso non solo per la stessa circolarità del moto, ma anche per un unico senso di marcia, continuo ed imperituro che forma la poesia come arte del conoscere, taumaturgicamente operante tra passato e futuro, in nome di un eterno divenire.

Aky Vetere