Simboli in gioco

L’esordio poetico di Margherita Coldesina riflette il suo carattere spumeggiante, a volte scomodo, il suo universo, nonché l’avversione alle regole costituite: “Una nuvola e un altro / tengono la luna equidistante / Per non guardarsi? / Per innamorarsi”. Le sue poesie, raccolte nel libro Il Gioco era dirsi, edito da
LietoColle, non hanno metrica, non si allineano ma nella loro non convenzionalità ci conducono alla dimensione inumata dell’inconscio. La prefazione di Gilberto Isella delinea la prospettiva di questo impetuoso spruzzo sorgivo, in accordo con la sua natura indomabile.

Nel suo estro folle si cela un animo ilare, e una sottile autoironia “Scende tanta neve / o così sento io / che al buio mi conosco / meglio / e ritrovo il bianco / Poi sono matta”. La simbologia scatena desideri onirici “Di giorno / del giorno voglio poco / oppure do niente / Ma alla notte ruberei / il giorno per aggiungere a lei / Farle un vestito più lungo / Terrei le stelle / (gliele regalerei)”. “La mia poesia con i suoi giri di parole”, ci dice Margherita, “si distingue in due categorie: quella più sofferente, che affronta tematiche attraverso simbologie e aforismi, e quella legata all’aspetto ludico della vita”. Cosa nasconde? “Dietro tutti gli elementi concreti che animano che animano le mie poesie si celano simboli. Non miro a codificare l’universo e si suoi soggetti/oggetti così da renderli inafferrabili, estranei; tengo, invece, a rivelarli. “Come nella forma concisa di “Soffro per niente / ma è vero come un cane”, in cui si staglia una profonda desolazione e un dolore ricorrente, la tragedia di esistere in un sentimento che si fa universale. Le poesie di Margerita Coldesina palpano un inconscio schermato che diventa anche nostro? “ Come le maschere celano qualche cosa di diverso da ciò che mostrano in superficie, l’ironia, il paradosso, l’infanzia con le sue cadute e i suoi salti di testa, celano le vere conquiste e i grandi dolori”. Ciò che la sorprende e l’affascina è che le sue poesie più intrise di sofferenza scatenano il sorriso sui volti delle persone. “Mi piange anche lo shampoo della doccia”, per esempio, è per lei un lamento sordo, un pianto vestito a festa, che tuttavia non appartiene alla sfera dell’ironia.

La traduzione della realtà, in questo caso, non tiene conto dell’aspetto anagrafico e della sua spontaneità cristallina.

Corriere del Ticino, 2 novembre 2012