L‘opera di Roberto Roversi nel secondo Novecento e ancora ai nostri giorni costituisce sicuramente uno dei più validi esempi di come la poesia possa, pure nel contesto difficile della contemporaneità (con tutti i limiti che quindi contraddistinguono la comunicazione mediale, condizionata dai grandi assets schierati dall‘industria culturale e quindi orientati secondo logiche di mercato o profitto, quando non esplicitamente di potere), conservare una funzione critica di presa sul reale. Il risultato più evidente è, a mio avviso, proprio la raccolta L‟Italia sepolta sotto la neve, gigantesco work in progress in continuo ampliamento, di cui sono uscite dal 1984 varie parti ora raccolte in edizione accresciuta insieme a parti inedite (volume fuori commercio, Pieve di Cento, AER Edizioni, 2010: comprende le tre parti già edite: Il tempo getta piastre nel Lete, Fuga dei sette re prigionieri, la natura, la Morte e il Tempo osservano le Parche, contenenti 254 poesie; il lungo poema Astolfo trasforma i sassi in cavalli e le Trenta miserie d‟Italia). Per valutarne appieno il significato, è necessario ripercorrere alcune peculiarità del precedente percorso roversiano: proprio attorno al 1968, quando il «salto antropologico» degli anni Sessanta descritto da Pasolini arrivava a produrre una vistosa sovversione delle pratiche linguistiche nel vivo dei corpi sociali e della comunicazione di massa, non più quindi nel chiuso della pagina laboratorio delle avanguardie, Roversi seppe farsi autore di una proposta di grande sensatezza davanti alla crisi del linguaggio… leggi qui l’intero articolo tratto dalla rivista L’Ulisse