Franco Fortini è stato il critico di Vittorio Sereni nella stessa misura con la quale Vittorio Sereni è stato il poeta di Franco Fortini. Sembra un bisticcio di parole dove gli elementi si offrono a un gioco di ruoli intercambiabili, secondo la situazione che si presenta. Ma non è cosí semplice come appare, e le due ‘componenti’ del bisticcio iniziale non sono affatto intercambiabili: Sereni non è mai stato il critico di Fortini e Fortini non è mai stato il poeta di Sereni, per quanto alcune formule stilistiche e un certo gusto nell’uso dell’iperbato, per esempio, siano riconducibili a Fortini (senza per questo considerarle delle mutuazioni stilistiche obbligatorie).
Sta di fatto che nessun critico è entrato nell’universo poetico di Vittorio Sereni come vi è riuscito Fortini,[1] e Fortini vi è riuscito, a mio avviso, nel piú ovvio dei modi: leggendo la ricca, misurata, mirata, produzione del poeta di Luino.
Ciò che mi propongo d’ottenere con questo breve attraversamento delle molte pagine che Fortini ha dedicato a Sereni non è certo scovare chissà quale sconvolgente verità mai rivelata dai diretti interessati, quanto piuttosto dimostrare che ciò che ha affascinato Fortini della poesia di Sereni è stato quel suo tratto di compiuta originalità nutrita della tradizione piú illustre della lirica italiana e europea [2] (almeno fino a Gli strumenti umani),[3] e quel suo modo di offrire uno spaccato della società da non-militante, quel suo “essere in ritardo” per costituzione naturale che, però, gli permette di “dire la sua con il senno di poi”.

L’incontro critico fra Fortini e Sereni, tramandatoci negli scritti fortiniani raccolti nei Saggi italiani e Nuovi saggi italiani, e che non designa l’inizio di questo rapporto, porta in calce l’anno 1959.[4] Sereni compare dopo che Fortini ha affrontato la poesia di Luzi in un saggio intitolato Le poesie italiane di questi anni. Quali erano quegli anni?

di Fabio Michieli

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pubblicato su Poetarumsilva