Catrin Welz-Stein


Dalla rubrica Trasmissioni dal Faro, di Anna Maria Farabbi, su Cartesensibili

Propongo un altro incontro con una voce nota e serissima della poesia contemporanea: Alberto Toni. Il suo svelarsi rivela opere e genialità del novecento italiano utili alla sua formazione e protagoniste della nostra storia della letteratura.

Anche questo contributo, anche questa intervista, così come le altre che ho illuminato dal faro, costituiscono delle prospettive nel nostro fare poesia oggi, di qualità e profondità, di coniugazione viva al passato, di dinamica proiezione verso il futuro.

1) Quanto è rimasto immutato di ciò che provavi da ragazzo per la poesia, nel tuo cercare poeti, pagine e luoghi come nutrimenti interiori e artistici?

Ripenso spesso ai tempi dell’Università: gli ardori, le scoperte, le illuminazioni, quelle meravigliose lezioni di Letteratura italiana moderna e contemporanea con Walter Pedullà. Era tutto un mondo nuovo che si apriva davanti ai miei occhi. Dopo studi tecnici sbagliati, veniva finalmente il momento della letteratura, della poesia. Ricordo l’estate del 1976, in vacanza con un amico in un piccolissimo paese toscano, San Donato in Fronzano, mi rivedo ancora a scrivere poesie. Vivevo di suggestioni fresche, di passioni: Zanzotto soprattutto e poi Pagliarani, Giuliani. Poeti dirompenti, ma anche in grado di suscitare sensazioni liriche profonde. A ripensarci, una certa avanguardia mi ha influenzato, dico per esempio l’esattezza del dire, la precisione. Oggi, certo, molto è cambiato, non c’è più la novità. Mi sembra però che una certa sensibilità si sia acutizzata, mi sento forse più in bilico. Il fuoco della passione è segnato talvolta da un sentirsi minati dal tempo. Vedi e senti che il mondo è cambiato. Cerchi di capire il tuo tempo, di mettere a frutto gli insegnamenti ricevuti negli anni.

2) Come e quanto sono cambiate a Roma, rispetto a trenta anni fa, le condizioni per incontrarsi attorno al fuoco della poesia?

Qui veramente tutto è cambiato, oggi si vive in un clima frammentato. Sono morti in tanti, amici cari con i quali ci si incontrava, Bellezza, la Rosselli, Giovanna Sicari. Molti, me compreso, si sono spostati dal centro ed è più difficile trovare occasioni di incontro. A volte ce lo diciamo, ma quel che resta consiste di occasioni saltuarie. Restano le amicizie: Maria Luisa Spaziani, Valerio Magrelli, Elio Pecora, Roberto Deidier, ora a Palermo, Gabriella Sica, Claudio Damiani, che però si è trasferito a Rignano Flaminio. E poi ancora altri. Trent’anni fa ci si vedeva a cena molto spesso da Elio Pecora in via dei Lucchesi a due passi da Fontana di Trevi o con Amelia al Bar della Pace vicino a Piazza Navona o ancora, con Elio e Marcia Theophilo al Pantheon. Al bar della Pace, tra l’altro, potevi incontrare Gregory Corso. C’erano poi tantissime letture pubbliche, una vera e propria moda dopo Castelporziano. Gli scambi non mancavano. Oggi c’è più solitudine.

3) Alberto, raccontaci dei tuoi incontri con i maestri: Penna, Bellezza, Rosselli, tanto per fare qualche nome. Quanto e come ti hanno attraversato e cresciuto?

Mi riallaccio alla domanda precedente. Sono stato fortunato ad avere dei maestri, lo ripeto spesso. Non ci dimentichiamo che a Roma trent’anni fa c’erano Penna, Bertolucci, Caproni, la Spaziani, appunto, e poi Vito Riviello, Bellezza, Siciliano, Moravia. Ho avuto tanti maestri: Elio Pecora e Amelia Rosselli, i più importanti. Con loro trascorrevo interi pomeriggi a parlare di poesia. Ma poi ci sono anche tutti gli altri che ho nominato e frequentato. Aggiungo Bassani, che ho avuto il piacere di conoscere, e Stefano D’Arrigo con la moglie Jutta, un’amicizia che è cominciata con un’intervista per Paese Sera in occasione dell’uscita del romanzo Cima delle nobildonne e che è durata fino alla morte di Stefano nel 1992. Dario Bellezza mi ha proposto su Nuovi Argomenti nel 1980, poi da quel momento abbiamo cominciato a frequentarci. Andavamo spesso a cena da Antonella Amendola. C’era anche Tano Festa. Tutti questi nomi mi hanno profondamente segnato, direi costruito passo dopo passo, nel senso che con loro ho affinato gli strumenti della mia poesia, ho capito anche che l’esperienza per un poeta è un tutt’uno con la sua lingua. C’è continuità tra le due cose.

4) Sempre rimanendo nella luce di queste tue fondamentali relazioni, narraci come e perché è nato il tuo libro dedicato a Bassani, Con Bassani verso Ferrara, Unicopli, 2001.

L’idea è partita da Marco Vitale che dirige la collana Le città letterarie per Unicopli. Quella con Marco è un’amicizia di lunga data, risale infatti al 1984. Ancora oggi è uno dei miei più cari amici. Avevo conosciuto Bassani: fu l’occasione per rendergli omaggio. Durante la stesura del libro entrai in contatto con due registi importanti: Giuliano Montaldo, che aveva girato Gli occhiali d’oro e Florestano Vancini, autore di quel bellissimo film, La lunga notte del ’43, con Enrico Maria Salerno. Vancini che cominciai a frequentare, accettò anche di presentare il libro, insieme con Maria Luisa Spaziani. Andai sul posto, ovviamente, con mia moglie Patrizia e lì a Ferrara mi fu di grande aiuto l’avvocato Paolo Ravenna, amico di Bassani e profondo conoscitore della città.

5) Permane, secondo te, un’identità letteraria romana diversa, se non opposta, a quella milanese?

Ti dicevo di Marco Vitale che ora vive a Milano. Permane, è vero, un’identità letteraria diversa, ma l’opposizione “Linea lombarda”, “Scuola romana” secondo me è finita. Anche a Milano sono cambiate tante cose. Ho rapporti di buona amicizia con tanti poeti milanesi, Cucchi, Riccardi, Santagostini, De Angelis. E poi Pontiggia e Mussapi. Con quest’ultimo, come con Marco Vitale, parlerei di un’amicizia fraterna. Sono caduti certi muri, anche se con Roma c’è ancora una sfida silenziosa e sotterranea. Ma mi sembra più un retaggio del passato.

6) Raccontaci la scrittura di Alberto Toni: il suo ritratto negli anni, di opera in opera, nei suoi nodi più importanti.

Questa è la domanda più difficile. Diciamo brevemente che via via mi sono liberato delle scorie e ho cercato sempre più di legare la poesia dell’esperienza a un destino collettivo. Così è nata la mia voce lirica civile, che non è l’unico aspetto della mia produzione. Sono partito con venti poesie d’amore: La chiara immagine, Rossi & Spera 1987. Contemporaneamente scrivevo le poesie diPartenza che uscirà nel 1988, Empirìa 1988, con una problematicità astratta, un “astratto furore” per citare Vittorini, cercando però un ancoraggio concreto, nel senso che mi affidavo alla dimensione delle parole. Oggi lavoro sempre in quella direzione, ma con un’esattezza estrema, a volte icastica, dire, insomma con un’estrema pulizia del dettato. La poesia deve raccontare l’esperienza dentro una sorta di nudità. Credo che questo derivi dalla grande lezione di Amelia Rosselli. Nel contempo agiscono i “padri” lirici: Penna e Pecora, ma depurati e filtrati con in più una tensione verso l’indicibile, tutto per associazioni, una sorta di simbolismo che però è più ossessivo, esprime tensione.

7) Nel tuo poema Democrazia, edito da La Vita Felice, nel 2011, esprimi la tua voce lirica civile. Trovi che la poesia contemporanea italiana sia slacciata dalla realtà, insistendo in un lirismo egocentrico?

Quello che per me è individuale diventa anche collettivo. Può capitare così di insistere talvolta più su un registro piuttosto che su un altro. Spesso non c’è differenza. Essere soli ma con gli altri.

8) Che cos’è per te tradurre? Sei tu che scegli gli autori su cui lavorare? Quali sono state le tue esperienze letterarie nella traduzione?

Tradurre vuol dire capire, vuol dire specchiarsi. Sì, ho sempre scelto io gli autori da tradurre. Così è stato per la Dickinson, ma soprattutto per Leiris: un innamoramento in questo caso con un poeta diversissimo da me, ma che mi ha anche aperto nuove prospettive, nuove immagini. Veri squarci sul sogno e la realtà. Credo che qualcosa di Leiris sia entrato nella mia poesia. Talvolta un azzardo negli accostamenti per instradarmi a una visione completa, all’esito finale. Un testo poetico è sempre in sé concluso, anche se poi rimanda agli altri. Si crea un inseguimento nella scrittura, che è anche il mio modo di lavorare. Torna ancora il concetto di astratto o per meglio dire di una realtà non immediatamente visibile, comprensibile. Ci vuole un po’ di impegno da parte del lettore. Ma lo stile è anche pulizia della voce.

9) Quanto e come la tua professione di insegnante ha influito nella tua poesia e viceversa?

Ha influito nel senso della concretezza. Stare a contatto con i giovani ti costringe a una continua messa in discussione. È un confronto serrato con la realtà. E questo mi è servito ancora una volta per cercare una dimensione di colloquio. Dall’altro c’è la sfida, il tentativo di comunicare la passione per la poesia. Oggi forse è più difficile, ma non impossibile, dipende sempre dalle sensibilità individuali.

10) In un tempo in cui la lingua è frammentaria, disarticolata, contratta, – penso alla comunicazione diffusa in Facebook, tra SMS – la poesia, nel suo segno lento e certosino, penetra ancora nei ragazzi con emozione?

Dipende, appunto, da caso a caso. Certo, gli stimoli esterni vanno nella direzione opposta. C’è frammentazione e dispersione del linguaggio, un diffuso impoverimento che danneggia. Mi rendo molto spesso conto che i ragazzi non comprendono le parole. C’è una povertà paurosa nel lessico, anche per quanto riguarda vocaboli semplici. Il lavoro, quindi, è enorme. Rispetto già a qualche anno fa ho notato che la poesia arriva meno. Prevale una certa indifferenza. Tutto è diluito, annacquato, disperso in mille rivoli. Poi però ci sono le sorprese.

11) A che cosa stai lavorando? Quali gli impegni prossimi?

Voglio tornare al teatro. Dopo D’Annunzio affronterò un altro grande personaggio. Ma per ora non dico nulla. Sono poi già d’accordo con Marco Vitale per un nuovo volume delle Città letterarie: stavolta scriverò di Livorno. E poi, naturalmente, c’è la poesia. È un buon momento.

Anna Maria Farabbisettembre 2012

Alberto Toni – Due poesie (giugno 2012)

Tutto deve andare avanti.

Ma poi noi non sappiamo

se l’illusione è verità. Allora scendo

e salgo fino alla prova e non per paura

e dolore, ma soltanto per conoscenza.

Vedrò tutti i colori insieme, soltanto

per un istante? Un vetro solo che separa,

esclude tutte le immagini più volte ripetute.

***

Uscire dal corpo si può,

per tenere il fuori campo, dibattersi,

controllare il flusso con tutto che rallenta.

Simili richieste dovresti tenerle per riprendere

fiato, una volta era più facile: bastava la vita

battente che si alzava a vortice. Non ora che

tutto è in bilico. Ma non c’è abiura, solo

nascondersi.