È venuta prima lei, la poesia, solo poi l’ustione. Un ritornello, un rimbalzo felice di sillabe in punta di penna, appena dopo l’abecedario e la sua magia di suoni, l’incanto di figure semplici di oche e vento, di foglie. Appena fuori dalle braccia materne, piccoli versi come sponde di una culla; non sapevo fosse poesia . Trottole, giochi felici, corse e risa tra i canti nei campi una magia, non c’era posto per la logica di una sintassi ordi­nata in quei giorni, non c’era prosa. Le annotazioni in rima, piccoli salassi di felicità. E poi così senza saperlo, sempre tracce di una crescita, di un sentire che annotava stupori e meraviglia, gioie e piccoli dolori, l’inizio acerbo di un pensiero poetante.

E quella, l’ustione è arrivata molto tardi solo dopo aver intinto punta e penna tutta den­tro l’inchiostro vermiglio del dolore, quello vero e grande, quello che ci spiega la vita. Il rallenty con cui scorrevano quei momenti ha fermato il fotogramma nel quale era ritratta io, o meglio, la mia anima che si guardava e, stupita, si annotava. Ho benedetto allora quel dolore e con esso la poesia che mi faceva trattenere i brividi più a lungo e con quelli riscaldarmi. L’eco, la rima, il canto mi hanno consolata spiegando l’inspie­gabile, risvegliando e insegnando un cammino inverso altrimenti impossibile. Tolti i confini alle cose, reso liquido il pensiero, disordinando nuovamente la sintassi per rifarsi suono, vocalità espansa, chore materna.

È lì che quasi ho sentito la paura per la potenza che ho finalmente riconosciuto in quello strumento immateriale e potente che sapeva restituirmi il mondo tutto intero, con me dentro. Un sudore nelle mani ogni volta, la sospensione del respiro: “eccola è la poesia, la debbo annotare, tra poco se ne andrà, la debbo fermare per come è, quel coagulo di suoni ritmo e immagini che si fa battito”. Ci si sente visionari, si teme la pazzia. Si può essere fortunati come me, anzi, direi quasi ostinati da affaccendarsi senza risparmio per capire cosa ci sta attraver­sando. Ho chiesto, navigando, un milione di cose:”è questa la poesia, è pazzia, che cos’è ?”

Mi ha risposto la luce dei sorrisi e dei silenzi delle sorelle a cui ho osato chiedere : Beatrice, Lucia, Liliana… Ho capito: nessuno, o quasi, ce lo insegna ma la poesia è la parte più nascosta, preziosa e potente della nostra umanità, la parte perfettibile, la cre­scita consapevole, il cammino inverso, il palpito del sentirsi vivere.Si fa dispetto alla poesia quando la si celebra come il talento dei pochi, io l’ho vista ovunque, sulla bocca di tanti, a volte espressa se incoraggiata, altre volte disegnata appena da uno sguardo di stupore, paura o dolore , da un sorriso.

Ho sempre chiesto e sperato per i miei cari che riuscissero a esprimere la poesia che indiscutibilmente è dentro ognuno di noi. È la consapevolezza di possedere poesia il vero accidente, lo scarto tra chi si ustiona e chi no, il preludio poetico profondo che precede l’intuito profetico di cui ci parla Danilo Dolci. Io non mi ustiono quasi più, riconosco la poesia e so accogliere ed ascoltare, ma percepisco ancora lo stesso calore improvviso, la potenza rivoluzionaria di cui è capa­ce, quando la intuisco nell’altro. Questa adesso la mia opra lenta; attendere, attenta, ogni più piccolo dettaglio di poesia per incoraggiarla perché in quell’ascolto dell’altro, in silenzio, penso si nasconda veramente la vera epifania del cambiamento.

di Marinella Polidori