Giuseppe Piccoli

di Giuseppe Martella

Pochi i fatti che racchiudono la vita di Giuseppe Piccoli. Nacque a Verona nel 1949. I genitori entrambi insegnanti; latino e greco il padre, musica la madre. Iniziò gli studi classici ma non lì completò. Preferì scrivere. Non solo poesia, anche prosa e, per il quotidiano ‘L’Arena’, articoli. Il 1981 lo vide imprimere un’accelerazione alla patologia psichiatrica di cui soffriva – la schizofrenia. Piccoli colpì padre e madre. In breve il padre perse la vita, e Piccoli fu tradotto nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. Di lì dopo alcuni spostamenti (dopo alcune traslazioni) concluse e non concluse la sua reclusione detenuto a Napoli. Non la concluse perché non scontò i dieci anni comminati, ma la concluse perché si tolse la vita. Era il 1987. Giuseppe Piccoli aveva trentotto anni. Era stato sposato, anche. Ma il matrimonio si era subito esaurito.

Questi pochi fatti, che pure informano di una vita, non dicono nulla della persona di Piccoli e dicono ancora meno della sua produzione, della sua poesia. Una sua scelta antologica apparve per Guanda nel 1981 (Piccoli aveva appena ventidue anni) sotto il titolo Di certe presenze di tensione. Due anni dopo Cucchi raccolse dodici poesie di Piccoli e le inserì nell’Almanacco dello Specchio (Mondadori). L’interezza del fascio di questi testi aveva titolo: Foglie. Nel 1987, postuma, uscì per la cura di Arnaldo Ederle, e per conto dell’editore veronese Bertani, Chiusa poesia della chiusa porta. Altri testi si trovano in Poeti italiani del secondo novecento (Mondadori, 1990, curatori Cucchi e Giovanardi). E poi alcune segnalazioni, piccole accensioni: nella rivista ‘L’ozio letterario’, in ‘Poesia’. Dovranno passare oltre vent’anni prima di vedere i testi di Piccoli raccolti in un’antologia. È accaduto quest’anno, con Fratello poeta, curato dalla nipote Maria e stampato da LietoColle.

Detto questo, si è esaurita la cronaca di un autore pressoché inascoltato nel suo tempo, affatto riconducibile alla schiera di altri poeti suoi coetanei (Lamarque, Cavalli, De Signoribus, Conte…), se si eccettuano De Angelis e Scotellaro (il primo per la verticalità, il secondo per il breve arco dei suoi giorni e per la dismissione del dettato)Ma in cosa si discostava la sua voce? Quali dissonanze articolava? Con un ampio e purtroppo ineliminabile margine di approssimazione è possibile scrivere che Piccoli non ebbe che due registri principali: una tonalità lirica e disarmata, disarmante (tra le sue cose leggiamo: Per un ritratto che mi fai, / quanta separazione dalla tua mano).

Una tonalità che si slarga in contorni più narrativi, ingenui, ai limiti dell’infantilità. Nella lunga Lettera per una domanda di perdono in calce come una firma – come se l’identità assediata non potesse che sciogliersi in una richiesta – si leggono queste parole: Non ci sono più ossa ma rose; / non ci sono più muri ma strade; / non ci sono più inverni, non ci sono: / tra poco è marzo, vieni, / camminiamo. Una domanda che rimase inevasa, che ancora adesso puzza di crepuscolarismo, che sembra volerci ricordare Corazzini, che sembra non sapere di essere stata scritta non più tardi di trent’anni fa (in versi precedenti della stessa lettera, ecco un quadro domestico claustrale, pacificato: Dalla finestra / sale un buon odore di fiori, / dalla cantina sale un buon odore / di vino: non è questa, la vita?)…leggi su Kataweb l’intero contributo