Siamo qui nel divenire, davanti al moto delle onde del mare. Dietro di noi la città implode, risucchiandoci. Continuiamo ad amare la pratica dell’amore centellinando la parola, ma anche credendo in lei, nella parola appunto, come cellula organica, viva e quindi agente. Credendo nel poema come organismo creaturale che, raggiunta una elevata qualità, canta da solo, autonomamente da noi, oltre noi, oltre il nostro nome, dentro il corpo degli altri.

Se mi arriva un libro serissimo a cui basta un fiato di voce per soffiare un buon canto, non posso non ridistribuirlo tra queste carte sensibili. Nutriamoci così, pensando che ci sono molti poeti e poete che lavorano tanto, nella sottrazione di sé, togliendo ciò che è superficiale e vacuo, scartando l’abbaglio, estranei alle opportunistiche vie e scorciatoie per il palcoscenico aureo letterario, per le bigiotterie e i condizionamenti del mercato.

Ecco, non a caso, in questa scia introduttiva, sporgo il nome e l’opera di Francesca Ruth Brandes

Francesca Ruth Brandes spalanca il suo lavoro da un paesaggio di scrittura e ricerca interiore onesta, approfondita, intensa, con limpidità etica e verticalità spirituale.

E’ esatta la copertina che raddoppia, internamente al libro, la messa a fuoco su un uovo azzurro, deposto tra un mazzo di radici tagliate, a rovescio: è firmata da Sarah Seidmann con il titolo My mother’s passport. La visione che va incontro al lettore lanciaun linguaggio simbolico femminile immediato, di forte impatto, complesso e suggestivo. Annuncia sobrietà, pulizia formale, cuore e inchiostro schierato. L’orizzonte e la direzione vibrano nel titolo: L’undicesimo giorno. Sono le parole di Nichiren Daishonin – monaco buddista giapponese del duecento – a svelarne il significato:

il viaggio da Kamakura a Kyoto dura dodici giorni: se viaggi per undici giorni e ti fermi quando te ne manca uno solo, come puoi ammirare la luna sopra la capitale?

Ho molto apprezzato l’introduzione della stessa autrice che riceve il lettore narrandogli la propria impronta, facendo a meno di una scontata e inconsistente prefazione di passaggio. E’ un gesto stimabile dentro cui si assume tutta la propria responsabilità e interezza.

Raccolgo un suo segmento che, nella fulminea essenzialità, porge immediatamente il suo profilo spirituale e la tensione lirica dell’opera: Siamo il nido di tutto e siamo l’uovo. Non posso, inoltre, non citare un passo di Simone Weil che Francesca Ruth Brandes porta a specchio di sé stessa e ne fa monito collettivo: c’è obbligo verso ogni essere umano, per il solo fatto che è un essere umano. Questo obbligo non si fonda su nessuna situazione di fatto, su alcuna convenzione, quest’obbligo è eterno, risponde al destino eterno dell’essere.

Una volta tracciati i cardini etici e spirituali nella pagina iniziale, la poesia si apre con canto profondo, con un tessuto lirico simbolico e religioso intrecciato e disteso su geografie e paesaggi tra Israele e la Palestina. Ma poesia è anche il reale tragico dei profughi affogati nei mari inquinati, da un continente all’altro, sono anche le sabbie informi di cuori e minuti quotidiani, è anche il proprio tremore inquieto dominato dalla tenacia ostinata dell’io.

La lievità, la lentezza interiore della meditazione, la ruminazione dei gesti e delle parole dei maestri, il segno femminile di sensibilità raffinata e accogliente, la coscienza dell’orrore e la convinzione della necessità dell’altro, costituiscono i fili del tappeto, l’identità della poesia di questa autrice veneta.

Molte sono le pubblicazioni che Francesca Ruth Brandes ha già percorso sia come saggista che in veste di curatrice d’arte e scrittrice di teatro, collaborando, tra l’altro, con Radio Rai per programmi di attività culturale.

Anna Maria Farabbi

pubblicato su Cartesensibili


LietoColle – Collana Blu


ISBN: 978-88-7848-692-8

Anno: 2012

Prezzo: € 13,00