Come spiegare l’enigmatica nota di Eugenio De Signoribus alla sua ultima opera, Ronda dei conversi (Garzanti, 2005), che è detta composta “di versi, nonversi e quasiprose”? Come giustificare Cronaca perduta di Tiziano Rossi che nel 2006 esce nella collana dello Specchio con una raccolta di sole prose, per giunta spesso simili a racconti? E che dire di un libro come Versi del malanimo (sempre Specchio, ora 2007), di Mario Santagostini, che a dispetto del titolo contiene un numero nient’affatto esiguo di prose prive di ogni intima scandibilità?

Ha ragione in effetti Lelio Scanavini quando nel fenomeno della poesia in prosa (e fa davvero piacere rilevare che l’etichetta solo in parte coincidente, in realtà ingannevole, di “prosa poetica” comincia a essere abbandonata) coglie un’evidente emergenza della poesia italiana recente e recentissima, una soluzione ritmica o antiritmica che appare, oggi, sempre più necessaria. E tuttavia le domande restano: in che modo si è giunti a trattare con naturalezza un istituto con ogni evidenza ossimorico, contraddittorio, com’è appunto quello che costringe a fare i conti con l’esistenza di un genere di discorso (la poesia) per contratto in versi, e tuttavia realizzato senza i versi?

A volere essere sintetici, la storia della poesia occidentale suggerisce per lo meno tre temi, ci permette di dare qualche risposta a partire da tre grandi episodi. Il primo, apparentemente poco importante ma a mio avviso decisivo, si lega alla possibilità esperita dal francese François Fénelon di sostituire all’esametro dell’epica classica l’oratio soluta della prosa moderna. E così nel 1695 il poema che vuole in qualche modo integrare l’intreccio dell’Odissea, vale a dire Les aventures de Télémaque, si presenta come un vero e proprio “poème en prose”.

Dove però, con ogni evidenza, la nozione di poesia riguarda il genere dell’epica, del poema narrativo lungo. Né va dimenticato – anche se discutere con un minimo di approssimazione di questo argomento ci porterebbe troppo lontano – che il sistema della cosiddetta “poesia” copre fino agli inizi dell’Ottocento anche generi oggi separati dal dominio di ciò che può essere versificato (il teatro, la satira, addirittura il ragionamento scientifico). E quindi l’impatto scandaloso di un testo epico, scritto in versi assenti, in versi-zero, non può essere sottovalutato.

di Paolo Giovannetti

pubblicato su Punto Critico e già in “Il Segnale”, a. XVII, n 80, 2008, pp. 46-9

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