di Emilia Maggiordomo e Laura Costa
Robert Louis Stevenson, grande scrittore dall’esistenza travagliata, esperto del bene e del male, senza retorica e lontano dalle logiche dei falsi moralismi, un anno prima della sua morte, scrisse un sermone di Natale per gli abitanti delle isole Samoa che lo avevano ribattezzato Tusitala, narratore di belle storie. Stevenson visse gli ultimi anni della sua vita nell’arcipelago del Pacifico per motivi di salute, nonostante i consigli alla prudenza nella scelta della destinazione, si decise a lasciare la sua umida Scozia per un clima di sole e mare. Autore di letteratura a torto considerata solo “per ragazzi”, con “L’isola del tesoro” e “La freccia nera”, in tutti i suoi romanzi e racconti affronta il tema del Male e delle scelte morali, uno fra tutti “Lo strano caso del Dottor Jekill e Mr. Hyde”. Il mondo è un campo dove il bene e il male crescono e si intrecciano tra le spighe di grano buono: in ogni uomo si compie un’eterna battaglia e ogni (pre)giudizio moralistico come risposta al problema è destinato a fallire. Questo è il nucleo centrale del suo sermone:

“C’è un’idea che circola tra i moralisti, e cioè che si debba rendere buono il prossimo. Debbo rendere buona una sola persona: me stesso. Mentre il mio dovere verso il prossimo si esprime più efficacemente dicendo che debbo, per quanto posso, renderlo felice”.

Un’esortazione alla felicità e alla bontà, ma anche alla pazienza:

“Ma il compito davanti a noi, cioè quello di sopportare la nostra esistenza, richiede una finezza microscopica, e l’eroismo necessario è quello della pazienza. Il nodo gordiano della vita non può essere risolto con un taglio: ogni intrico va sciolto sorridendo.”

Rinnova in noi il senso della gioia, è l’ultimo verso delle quattordici preghiere, che accompagnano il sermone, semplici e intense, che possono essere dette in qualsiasi momento, di speranza o abbandono. E che possono essere considerate vere e proprie poesie: per la riuscita e per la grazia, alla mattina e alla sera, in tempo di pioggia e prima di una separazione temporanea, per gli amici e per la famiglia, per l’oblio di sé, sono tutti titoli che evidenziano la fragilità umana e la paura dell’uomo di fronte alle difficoltà esistenziali.

“Se davanti a noi si profila un compito penoso
rafforzaci col dono del coraggio
se un qualche atto di misericordia
insegnaci la tenerezza e la pazienza”
(da: In tempo di pioggia)
La richiesta continua è quella della forza e del coraggio per affrontare il dolore, la tenerezza e la pazienza, perché l’uomo “ha nervi troppo sensibili al dolore e ne viene afflitto, per questo deve approfittare con gioia della felicità quando capita. E non ha bisogno di sapere come e perché ma, in un modo o nell’altro, deve cercare di dare felicità agli altri”. Questa è Alla mattina:

Di nuovo è giorno, e si rimette in moto
la giostra di seccature e compiti che danno ai nervi.
Aiutaci a comportarci come uomini
aiutaci a sbrigare ogni faccenda ridendo, con volto sereno
lascia che abbondi buonumore assieme a laboriosità.
Fa’ che badiamo ai nostri affari quotidiani
con quanta più gioia è possibile
accompagnaci verso il letto del riposo
stanchi e soddisfatti ma non disonorati
e infine accordaci il sonno come ultimo dono.

In ogni caso, il Natale, come scrive Stevenson, al di là delle sue tante implicazioni, religiose e domestiche, non è soltanto un appuntamento con la propria coscienza, un momento nel quale l’uomo s’interroga su come abbia vissuto e operato nel corso dell’anno, il Natale suggerisce pensieri di gioia. Nel pieno freddo dell’inverno, quando la vita procede più lenta e ci si accorge dell’assenza di molti, secondo lo scrittore è quasi un bene che l’uomo sia portato a indossare una “maschera sorridente”. La gentilezza e l’allegria: ecco due cose che vengono prima di ogni moralità.

è pur vero che il Natale non è per tutti, come diceva il verso di una poesia, è così difficile talvolta sentire la gioia. Così scriveva Ungaretti:
Non ho voglia

di tuffarmi
in un gomitolo

di strade

Ho tanta
stanchezza

sulle spalle
Lasciatemi così

come una

cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro

che il caldo buono

Sto
con le quattro

capriole

di fumo

del focolare
(Natale)

Il poeta sembra essere refrattario al clima invitante del Natale, resta lontano dalla città e dai suoi gomitoli di strade, preferisce scegliere la dimensione protetta del suo focolare in un luogo che è distanza, in un tempo che è tregua. Bisogno di fermarsi, un tempo d’immobilità necessaria, non malinconica, una pausa, una sospensione delle attività. Un raccoglimento che sottragga alla possibilità di essere esposti alle circostanze, ma “nessuno può pacificare la propria coscienza; se quel che desidera è la propria quiete, allora farebbe meglio a lasciar perire quell’organo nel disuso”, scrive ancora Stevenson nel suo sermone.
Trovare la giusta distanza “è un amichevole processo di distacco”, che rende possibile “sfogliare il registro della propria e altrui debolezza”, e permettere che nei “vasti disegni entro i quali ciecamente ci affatichiamo, riusciamo a essere costanti con noi stessi e con coloro che amiamo”.

Per gli amici
[…]
è la sola cosa che ti chiediamo: infondici la forza
di resistere anche ai minimi guai, senza essere scossi,
e di accettare la morte, la perdita e la delusione
come fossero fili di paglia sulla corrente della vita.


Testi citati e consultati

-Stevenson R. L., Quattordici preghiere scritte a Vailima e Un sermone di Natale; Millelire Stampa Alternativa, Roma 1992
-Ungaretti G., Vita d’un uomo. Tutte le poesie; Mondadori, Milano 2003
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/12/17/caro-stevenson-firmato-cederna.html