articolo a firma di Laura Garavaglia pubblicato il 17 maggio 2012 su L’Ordine

“Penso che la parola poesia, se nominata, diventa retorica, se definita dall’ autore, diventa tautologica. Sarebbe preferibile chiedere a una persona la sua idea del mondo e cosa pensa di farci vivendo. Tutto questo per dire che se un essere umano, nella sua prima percezione cosciente della realtà, ha di questa una visione ostile; se egli la esprime a suo modo, e se tale modo convince qualcuno, poi molti. Se continua negli anni sostituendo quel suo mondo iniziale ad altri mondi “scontenti” e produce libri restando sempre fedele a se stesso, questi è un artista.”

Sono parole di Cristina Annino, tratte dal suo sito ufficiale. Credo sia un’ acuta definizioni del ποιεĩν, il “fare” totalizzante in cui ogni artista degno di dirsi tale confonde o meglio, con il quale, fonde la propria vita.

Confesso: non conoscevo la poesia di Cristina Annino prima che me ne parlasse con parole di stima un poeta e critico letterario di indiscussa autorevolezza: Maurizio Cucchi, che ha firmato la prefazione del nuovo libro dell’autrice “Chanson Turca” (LietoColle, 2012).

E sarà dunque un’occasione da non perdere poterla incontrare e ascoltarla dialogare con lui venerdì 18 maggio, alle ore 21 a La Casa della Poesia di Como, in via Rovelli, 4, presso la sede de L’Ordine.

I libri della poetessa toscana sono stati molto apprezzati da poeti, scrittori e critici importanti, tra i quali Franco Fortini, Elio Pagliarani, Walter Siti e Michelangelo Coviello. E uno dei maggiori esponenti della poesia del secondo Novecento, Giovanni Giudici, assegnò il premio Pozzale nel 1988 alla raccolta di poesie “Madrid”, che un altro grande poeta, Antonio Porta fece uscire in Corpo 10 (Milano).

Probabilmente non conoscevo Cristina Annino perché la sua poesia non ha avuto il riconoscimento che si merita. Forse perché alle “luci della ribalta” letteraria o pseudo letteraria l’autrice ha preferito la serietà e il raccoglimento che ogni percorso artistico richiedono. Un silenzio che può durare anni, fatto di ricerca e analisi del “fuori” e “dentro” di sé, di sedimentazione delle esperienze molteplici, delle contraddizioni che ci attraversano durante la vita, e che, come in un dipinto cubista, altro non sono che tasselli da assemblare per ricomporre quell’immagine tanto sconvolgente nel suo manifestarsi quanto vera che è la realtà.

E proprio da un’attenta, acuta osservazione del microcosmo che circonda ogni nostra esistenza l’autrice intraprende il suo viaggio apparentemente senza meta, muovendosi tra le cose e le persone con l’intelligenza del cuore, la curiosità e l’entusiasmo che sono prerogative del poeta, esploratore della multiforme realtà che lo circonda, facendo di ogni incontro, di ogni “attrito” con l’esperienza quotidiana motivo di poesia. Capacità cioè di scandagliare il fondale, non galleggiando in superficie, ma rivelando attraverso la parola poetica “la verità che giace al fondo”, come recita un verso di Umberto Saba. Poesie che sembrano escludere la dimensione del tempo per recuperare totalmente quella dello spazio: non c’è un “prima” o un “dopo” nella potente visionarietà delle immagini che la fervida creatività dell’autrice ci offre, c’è un “dove” mai però identificato, uno spazio indefinito che ondeggia continuamente tra realtà e sogno, spesso confondendosi e nel quale anche il lettore viene coinvolto e si perde. O forse si potrebbe definire questa dimensione, prendendo spunto dalla teoria della relatività, spaziotempo senza limiti o confini. Ci sono persone (non voglio scrivere personaggi) che sembrano vivere, sulla pagina, come se davvero le parole si trasformassero nella materia, nei corpi: “Un po’ stanco. Nel bagno/passa in rassegna le nudità che odora:/i fianchi sotto, sopra il torace , qualche villosità, /le natiche premono dietro, il piede destro più/ corto. A posto la testa, con un lieve magari/ processo di retrò.”; ci sono tanti animali che sembrano guardare con superiore distacco al mondo incomprensibile degli uomini: il gatto Koko, il cane Wolfang, i cavalli, il topo, inaspettato incontro da cui l’autrice è quasi affascinata. E poi ortaggi e oggetti, come Maurizio Cucchi mette in rilievo nella prefazione “tutti più o meno accolti nello stesso, vasto piano orizzontale”. Non esiste infatti un ordine gerarchico che dia più importanza agli esseri viventi che alle cose, perché anche queste sembrano prendere vita nella poesia di Annino. E’ come muoversi avanti e indietro, di lato e in obliquo nello spazio, perdendosi nei particolari, prestando attenzione al dettaglio per poi, alla fine di ogni poesia, avere la sensazione comunque dell’insieme.

E’ una sensazione difficile da spiegare, ma è proprio così: la poetessa ha il pregio di coinvolgervi, di “farvi entrare” nelle pagine, tra i suoi versi, soffermarvi sulle parole e a un certo punto sentirvi smarriti, ma proseguire nella lettura che vi affascina e vi avvince, per poi ritrovare la strada e ricomporre l’immagine alla fine di ogni poesia. In questo senso la sua poesia è un grande, colorato caleidoscopio della realtà, che l’autrice ritrae senza mai cadere nell’autobiografismo e nella retorica. L’autrice li evita ricorrendo ad una sorta di maschera, il suo “io lirico maschile”, come lei stessa lo definisce. Una forma di onestà e coerenza nei confronti della scrittura che è di coloro (pochi in realtà) destinati a lasciare un segno nella storia della poesia. Annino ha una straordinaria capacità di “rivivere” situazioni ed esperienze, di presentarci figure che ha incontrato durante la sua vita passando tutto al setaccio della sua acuta sensibilità, scartando il superfluo e l’inconsistente per trattenere solo la sostanza. E se la sua poesia può apparire ad una prima lettura oscura, quasi ermetica è solo perché, come lei stessa scrive “come la prosa ha il compito di semplificare il complesso, la poesia ha la speciale libertà di complicarlo. Beninteso al di fuori di un simbolismo o cripticismo, e dando per scontato che la metafora non deve essere un paragone”.

Quella “speciale libertà” di cui parla l’autrice è la sostanza stessa della poesia, che richiede cura e tempo per essere letta e compresa, non offre facili ricette né dispensa pillole di verità, ma certamente, se la si ama e si abita il suo linguaggio, aiuta a vivere.

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