Lettura di Anna De Simone su Poesia, aprile 2013 n.281

L’ispirazione per la “Corona dei mesi” di Marcello Marciani (Lanciano 1947) viene da lontano, dalla medievale “Corona” del raffinatissimo Folgóre da San Gimignano, ma più ancora della parodia che ne fece il giullare Cenne da la Chitarra nella sua “risposta per le rime”. Se Folgóre, rivolgendosi a una brigata “nobile e cortese” scriveva: “I’ doto voi, nel mese di gennaio, / corte con fochi di salette accese…Uscir di for alcuna volta il giorno, / gittando de la neve bella e bianca / a le donzelle che staran da torno…” e Cenne gli faceva il verso (“Io vi doto, nel mese di gennaio, / corti con fumo al modo montanese… catun gittando de la neve a torno…”), Marciani, mischiando il plazer provenzaleggiante del primo con l’enueg (l’elenco di cose spiacevoli) del secondo, racconta il proprio tempo, mese dopo mese, non in sonetti come avevano fatto i due poeti del Due/Trecento, ma in strofe di versi lunghi. Un nuovo Medioevo, il suo, senza giochi né allegria, tenebroso come le storie adombrate nelle poesie di questa “Corona”.

Che non ci dànno scampo, e non ne dànno all’autore, il quale proietta un film inguardabile sullo schermo bianco della pagina, con disincanto e con una sofferenza evidenziata dall’uso febbrile degli strumenti tecnici: “Stamattina mi sentivo tutta un ramo di mimosa”. Quest’incipit luminoso di “Marzo” rende ancora più cupa, per contrasto, la vicenda appena accennata nella poesia. S’intuisce che è stata devastante per la ragazza che in quella mattina di un giorno dedicato alle donne sentiva di avere “in sangue un frullato di mimosa”, mentre invece la sera era ridotta a una “pupattola di pezza”. Che cosa è rimasto di quella mimosa? “Il mio tempo alleva branchi mi confisca mi fa cosa”.

Siamo alla cosificazione dell’individuo, che qui si manifesta in una violenza brutale verso le donne, ridotte a merce da gettare tra i rifiuti dopo che sono state “usate” nel più degradante dei modi. Proseguendo, c’imbattiamo nei versi lunghi di “Aprile”, in un’Aquila devastata dal terremoto; non più una città, dopo quel 6 aprile del 2009, ma “un teatro di posa a pezzi”. Aprile è stato il mese più crudele, e chi doveva vegliare, non ha saputo farlo. Forse il mese più tragico, ma circonfuso di luce nella sua verità, è “Dicembre”, con la storia del piccolo Īsā (versione araba del nome Gesù). “Nato pur se non esiste per il foglio d’ordinanza […] Se Natale è quella fiaba sopra un bimbo in paglia e muschio / il mio splende in questo gabbio lungo un mare che mi tresca. // Non sapete che il mio nome vuole dir per noi Signore / non capite che ogni nascita è un avvento e una pastura”.

Poesia civile, quella di Marciani, come scrive il suo prefatore? Si direbbe proprio di sì. Dopo i versi intimisti e straziati della raccolta Nel mare della stanza (2006), una sorta di “altare per la madre” (“la tua voce che ride – / dentro tozzi di luce – la tua voce che dice // che la vita è uno spolvero…”), il poeta di Lanciano ci offre una corona di testi che vorrebbero scuotere le coscienze e farci riscoprire la bellezza del mondo, “ i tunnel della luce o i neri laghi / di un universo che s’appanna in fiati / di meteore, in clic di vite trascese / come astronavi fischianti ad ebrezze / di spazi oltre tempo, implose, illese…”.

Anna De Simone